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*** The Brugnols ***
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mercoledì, novembre 04, 2009
Qualcuno, che s’immagina di conoscermi, si meraviglierà, forse, di vedermi qui, in mezzo ai futuristi, pronto e disposto a urlare coi lupi e a ridere coi pazzi. Ma io, che mi conosco assai meglio di chiunque altro, non sono affatto sorpreso di trovarmi in così mala compagnia. Da quando sono scappato da quelle case di perdizione che son le scuole ho avuto sempre il vizio di star dalla parte dei matti contro i savi; dalla parte di quelli che mettono in campo a rumore contro chi vuole il pericoloso ordine e la mortale calma; dalla parte di quelli che fanno ai cazzotti contro chi sta alla finestra a vedere. Mi hanno chiamato ciarlatano, mi hanno chiamato teppista, mi hanno chiamato becero. Ed io ho ricevuto con gioia queste ingiurie che diventano lodi magnifiche nella bocca di chi le vomita. Io sono un teppista, è arcivero. Non c’è, nel nostro caro paese, abbastanza teppismo intellettuale. Siamo nelle mani dei borghesi, dei burocratici, degli accademici, dei posapiano. Non basta aprire le finestre - bisogna sfondar le porte. Le parole non bastano - ci voglion le pedate. Per questa mia nativa ed invincibile inclinazione al becerismo spirituale non ho potuto fare a meno di venir qui a far la parte di buffone schiamazzatore dinanzi a tante serie persone. Ho già scritto tutto il male e tutto il bene che penso del Futurismo e non voglio ripetermi. Ma resta il fatto fondamentale che in questo momento, in Italia, non v’è altro moto d’avanguardia vivo e coraggioso al di fuori di questo: non v’è altra compagnia sopportabile per un’anima fastidita dall’eterno ieri e innamorata del divino domani; - resta il fatto gravissimo, signori, che tra questi futuristi vi sono uomini d’ingegno che valgono assai più dei graziosi scimpanzè che ridon loro sul viso. Queste ragioni mi bastano a sfidare l’obbrobrio che può cadere sul mio capo scarmigliato dopo questo gesto di simpatia e, se volete, di solidarietà Papini martedì, novembre 03, 2009
I gusti non si discutono, ma peggior frescaccia di questa non fu mai scritta. Ne è graniticamente convinto, e lo dice, e lo illustra, il filosofo conservatore inglese Roger Scruton, uno dei massimi pensatori contemporanei, nel suo Beauty (Oxford University Press, pagg. 220, sterline 10,99). Titolo asciutto, volutamente minimalista, intenzionalmente laconico perché è inutile fare giri di parole ridondanti quando - come diceva l’esploratrice e scrittrice britannica Freya Stark (1893-1993) -, l’unica cosa da fare in questa vita è chiamare le cose con il loro nome «Il degrado dell’arte non è mai stato più evidente» che oggi, scrive Scruton. Ma «la bellezza \ è un valore reale e universale, radicato nella nostra natura umana». Insomma attingibile, conoscibile e quindi comunicabile, insegnabile, persino plasmabile. Il filosofo inglese lo scrive all’inizio del suo libro e lo ripete fino alla fine. Cita persino l’idea del pulchrum oggettivo, antica quanto Platone e le Enneadi di Plotino, ne espone la «versione cristiana» elaborata da san Tommaso d’Aquino, che della bellezza fa un concetto trascendentale, tutt’uno, e «convertibile», con la giustizia, la bontà, la verità della perfezione dell’essere divino. Per forza Scruton ha spaccato, ancora una volta, la bolgia dei commentatori, degli opinionisti e dei critici in due metà contrapposte, chi volentieri lo lapiderebbe sulla pubblica piazza e chi invece lo osanna per il suo ritorno a concetti chiari e distinti ancorché démodé. Un vero reazionario, insomma, ma Scruton non se ne vergogna affatto. Anzi. Sono anni che attacca frontalmente il culto del brutto tipico di chi progetta le città in cui siamo per forza di cose costretti tutti a vivere, il cupio dissolvi palpabile nella stragrande maggioranza degli «artisti» contemporanei, la vanagloria nichilista delle cosiddette «archistar». Il bello (appunto) è però che Scruton lo fa con il candore della colomba, oltre che con l’astuzia del serpente a cui lo hanno temprato decenni di protagonismo sul proscenio della vita culturale, accademica e anche politica. Il suo Beauty è un piccolo capolavoro. È un libro di filosofia scritto da un filosofo professionista, anzi vero, ma si lascia leggere da tutti, pure da chi di filosofia quotidianamente ne mastica poca. È un libro assertivo e al contempo dolce. Non si vergogna delle proprie convinzioni, e questo soprattutto perché le spiega, le argomenta, le giustifica. Spavaldo lo è per certo, e in questo Scruton potrebbe ricordare l’affascinante altezzosità di un Evelyn Waugh, ma è pure gentile, non lontano da un Alfred Lord Tennyson. La sua è la virtù dei forti, la calma. Ci vuole ben poco, scrive infatti il filosofo inglese, per riconoscere quanto orrende siano le produzioni «artistiche» che ci circondano, le costruzioni che sul capo c’incombono, le composizioni musicali che ci aggrediscono. Però Beauty, per tranchant che sia, resta un libro di ricerca, come (da anni) in costante sviluppo è l’intero pensiero scrutoniano. Il libro pone soprattutto, e bene, delle domande, abbozzando più che altro impostazioni critiche, non perfette risposte conclusive. Intriso di riferimenti e di ripensamenti sulle teorie estetiche elaborate da Edmund Burke, Immanuel Kant e Thomas Stearns Eliot, Quella che ci circonda Scruton la chiama «rivoluzione modernista», e cordialmente la detesta. Fu annunciata da una involuzione premodernista dell’arte che ha mutato l’estetica in estetismo e reso effimera la percezione umana del bello. Il risultato è devastante: «L’arte si ribella alle antiche convenzioni, giusto in tempo per essere colonizzata dal kitsch». Nasce tutto da un vizio mentale e culturale, «l’incessante ricerca dell’innovazione artistica» che «porta al culto del nichilismo». Così, «il tentativo di difendere la bellezza dal kitsch premodernistico, l’ha esposta alla dissacrazione postmoderna», imponendo al mondo «due forme di sacrilegio» contrapposte ma in realtà solidali, «sogni zuccherosi» da un lato e «fantasie selvagge» dall’altro. Ma «sono entrambe forme di falsità, modi per ridurre e rattrappire la nostra umanità», dal momento che «implicano il rifiuto delle forme più elevate di vita», il cui segno principale è appunto, da sempre, proprio la bellezza. Al contrario, scrive Scruton, «la vera arte invoca la nostra natura più nobile», è il «tentativo di affermare l’esistenza di quell’altro regno in cui a prevalere sono l’ordine morale e l’ordine spirituale». Infatti, «l’arte, così come noi la conosciamo, sta sulla soglia del trascendente». Nessun uomo che abbia un’idea di bellezza, scrive il filosofo, «è privo di un concetto di redenzione, ovvero di un trascendere ultimo del disordine del mondo mortale in un “regno dei fini”». Alla gogna il «mi piace» e il «secondo me», dunque. L’idea forte, fortissima è qui quella del fondamento razionale del giudizio estetico, ineliminabile dalla natura umana. Scruton taglia trasversalmente l’annosa questione delle qualità delle cose, la dicotomia centrale alla riflessione estetica moderna che divide i filosofi tra quanti affermano che le qualità risiedono nell’oggetto e quanti le considerano solo percezioni del soggetto. Per il filosofo inglese, invece, la bellezza (della natura, dell’opera d’arte, del corpo umano, persino della sua intima struttura cellulare) è l’occasione, il segno e il momento dell’incontro tra un soggetto e un oggetto. Un fatto impattante, traumatico che però la ragione umana è in grado di sopportare benissimo. Anzi, la ragione è fatta proprio per coglierla, la bellezza, così come il bello è fatto per essere scoperto, ammirato. La ragione è insomma perfettamente adeguata alla bellezza data, che è data apposta alla ragione umana. Corrispondenza amorevole di sensi. Sul punto Scruton non ha ancora finito di meditare. Ora che però ha circoscritto il campo, continuerà, alla fine di Beauty quasi lo promette. Ma il più è davvero fatto. Si ringrazia per l'immagine Daniela Montanari domenica, novembre 01, 2009
Le gerarchie regionali e globali dell’assetto mondiale cambiano sempre quando gli Stati guadagnano o perdono potere relativo e influenza, sebbene si tratti di cambiamenti in genere molto lenti: i nuovi arrivati, tutti parimenti vigorosi, mancano di prestigio accumulato, mentre, d’altro canto, le grandi «potenze storiche» possono resistere sfruttando la propria reputazione per decenni o generazioni. Per l’Unione Europea la crisi economica globale poteva essere una grande opportunità di rapida institution building (...). Era il momento di imporre una forte presidenza esecutiva, il voto di maggioranza e, dove necessario, sottoporre a referendum. Un’impresa che avrebbe potuto realizzarsi grazie a un’azione congiunta dei governi francese, tedesco e britannico e con il deciso sostegno della Banca Centrale Europea. I loro leader, invece, hanno fatto a gara a chi carpiva più attenzione, e sul piano burocratico c’è stata più rivalità che cooperazione, mentre la Bce evidentemente preferisce governare da sola, senza un ministro delle Finanze europeo che possa avere delle idee proprie. Il risultato è stato che la crisi è andata completamente sprecata con la farsesca presidenza ceca sostenuta dal presidente Klaus, che si oppone all’Unione Europea per principio, e un primo ministro non ancora pronto alla visibilità europea, il cui governo ha avuto vita breve. Anche per questo motivo, la crisi economica globale ha indebolito l’importanza relativa degli europei, collettivamente e individualmente. In teoria, il declino di potenze più consolidate dovrebbe comportare necessariamente la relativa ascesa di potenze emergenti, cioè del Brasile, dell’India, della Turchia, ecc., come pure della Cina. In pratica, però, la Cina è stata di gran lunga il maggiore beneficiario e con un abbondantissimo margine (prova ne è che si parla già di «G2»), non perché la sua economia è più grande, le sue riserve di dollari più ampie, la sua forza militare più rilevante, ecc. ma piuttosto perché il governo cinese ha risposto alla crisi assumendo subito maggiori responsabilità nei confronti dell’economia mondiale. L’ha fatto, in primo luogo, analizzando la crisi nella sua totalità insieme con gli Stati Uniti, trattenendosi dall’adottare miopi misure unilaterali che avrebbero potuto peggiorare le cose (ad esempio, vendere strumenti in dollari), e agendo prontamente con l’unico strumento rilevante: la spesa pubblica accelerata. La brusca diminuzione della domanda di elettrodomestici Usa, generata dall’indispensabile incremento dei risparmi, ha aperto un’improvvisa lacuna nella domanda globale che ha finito per condurre l’economia mondiale in una spirale verso il basso di vendite in calo, cali di produzione, cali occupazionali... e nuovi cali delle vendite; solo il forte aumento di un altro tipo di domanda potrebbe arrestare il declino, e accanto ai meno marcati aumenti di spesa di Giappone e Corea, è stata la Cina che ha fatto il più. La sua nuova o ampliata spesa in opere pubbliche va senz’altro a beneficio della Cina, ma aumenta anche inevitabilmente la domanda globale. Di contro, i governi di Brasile e India, nonostante la loro competente gestione economica, hanno risposto alla crisi globale concentrandosi interamente sulle proprie economie nazionali, senza neppure tentare di contribuire a soluzioni globali. Non riconoscono ancora di avere l’obbligo di farlo. Anche se a causare la crisi economica globale è stato il fallimento della politica commerciale negli Stati Uniti, delle sue istituzioni finanziarie e della supervisione del governo americano, non possiamo ancora sapere se gli Stati Uniti ne usciranno con un potere relativo diminuito e, se così, quale sarà la portata di tale ridimensionamento. Solo la perdita di prestigio «sistemico» è evidente e fuor di dubbio: non si è trattato di un singolo leader, o di un’amministrazione o anche di due - un intero regime di gestione economica (potremmo chiamarlo «Greenspan consensus») è fallito. Il prestigio conta perché evoca rispetto, servizi gratuiti, ma a differenza delle sostanziali fonti di potere (il potere economico, la forza militare, l’attrazione culturale...) può essere riconquistato con la stessa facilità con cui è stato perso. Quanto alla forza militare americana, qualunque possa essere il suo attuale peso nella politica mondiale, essa non è influenzata dalla crisi economica sul breve termine (se non positivamente, dal momento che il reclutamento ha registrato una crescita). Sul lungo termine, ceteris paribus, la forza militare americana dovrà di certo diminuire col declino dell’economia degli Stati Uniti - ma è proprio questo punto che rappresenta una questione aperta a causa del peculiare fenomeno americano: sul piano storico, l’economia degli Stati Uniti si è sviluppata in modo caotico, attraverso fasi ricorrenti di instabilità che avrebbero danneggiato economie meno flessibili. Storicamente gli Stati Uniti hanno sempre combinato stabilità politica e instabilità economica - in realtà, proprio perché la stabilità politica è ritenuta comunque cosa certa, i governi americani non si sono mai sentiti obbligati a preservare la stabilità sociale assicurando una stabilità economica. Ciò ha consentito una crescita più rapida, dal momento che le misure che aumentano la stabilità inevitabilmente, in un modo o nell’altro, ostacolano la crescita: la disciplina fiscale e monetaria nelle politiche macroeconomiche, le leggi sulla tutela dei lavoratori, la proprietà pubblica, le politiche industriali, ecc. Imprese e forza lavoro prive di tutela sono più produttive, a parità di tutte le altre circostanze, perché una «distruzione creativa» non ostacolata automaticamente ridistribuisce le risorse di lavoro, di terreno e di capitale al più efficiente - e, in un’ottica storica, l’economia degli Stati Uniti è cresciuta più rapidamente delle altre grandi economie avanzate dell’Europa e del Giappone perché le sue aziende erano meno tutelate, sia all’interno che all’esterno. (Gli interventi dell’attuale governo per impedire la bancarotta delle maggiori imprese sono ritenuti temporanei, eccezioni di emergenza che verranno presto revocate; se questo non avverrà, allora gli Stati Uniti saranno «europeizzati» e la loro economia cesserà di essere diversa). La distruzione creativa è particolarmente vantaggiosa quando le aziende indebolite o distrutte sono di grandi dimensioni e monopolistiche. Il crollo di Bell Telephone & Telegraph ha dato vita a un gran numero di società e a una rivoluzione nelle telecomunicazioni; la rovina di IBM ha fatto nascere l’industria del personal computer con tutto quello che ci ruota attorno, incluso internet. In entrambi i casi, si trattava di potenti monopoli ritenuti molto avanzati - i laboratori Bell erano famosi in tutto il mondo, i «mainframe» dell’IBM erano l’emblema stesso del progresso tecnologico. In realtà, essi realizzavano innovazioni minori, bloccando invece innovazioni molto più grandi - il tipo di innovazione che crea industrie totalmente nuove. Sebbene GM, Ford e Chrysler non fossero dei monopoli o anche solo oligopoli perché avevano una forte concorrenza straniera, non sono state certamente innovative. Le loro grandi quote di mercato scoraggiavano l’innovazione - ovviamente, loro miravano a proteggere il proprio prodotto consolidato, creato per un mercato consolidato. Solo di recente distruzione creativa e innovazione reale hanno avuto inizio a Detroit e in molti altri luoghi dove le auto venivano progettate, sviluppate e assemblate: nuove aziende con nuove idee e nuovi prodotti possono affittare spazi di stabilimento automobilistico a basso prezzo, acquistare macchinari per la produzione e attrezzature a valore di rottame, e trovare quantità di operai disoccupati ansiosi di lavorare per 25 dollari all’ora invece dei 45 o 60 che pagava la GM. Stanno nascendo piccole industrie manifatturiere che non hanno posizioni di mercato consolidate da proteggere, e che perciò possono e devono innovare (ci sono già i primi progetti di automobili elettriche modulari personalizzate). Si è verificata indubbiamente una grande distruzione nell’economia degli Stati Uniti. Molti dei giganti finanziari e industriali hanno subito un declino drastico (Ford), o sono scomparsi del tutto (Lehman Bros.), oppure sopravvivono precariamente grazie a ingenti prestiti governativi (AIG, GM). Nel passato l’economia americana ha sempre tratto vantaggio dall’indebolimento o dalla bancarotta dei suoi giganti. Se ciò accadesse di nuovo, la distruzione senza precedenti del biennio 2008-2009 dovrebbe tradursi in una crescita senza precedenti negli anni a venire. Se sarà così, l’economia degli Stati Uniti non diminuirà rispetto al resto del mondo. Potrebbe solo perdere capacità relativa rispetto all’economia cinese, supponendo che tutto vada bene per entrambe le economie, con una rapida crescita negli Stati uniti che agevoli una crescita più rapida in Cina. Di contro, una prolungata stagnazione americana svilirebbe la domanda generale (e non solo americana) dell’export cinese, riducendo di conseguenza il tasso di crescita della Cina, dal momento che la domanda interna non può aumentare proporzionalmente, a causa di vincoli istituzionali, macroeconomici o strutturali, inclusa la dipendenza dalle importazioni. Luttwak domenica, agosto 23, 2009
L'economia può paragonarsi ad un triangolo amoroso, con tutti i suoi contrasti e compromessi. In particolare, i tre poli contrastanti della disciplina sono la matematica, con i suoi modelli, la filosofia, con la creazione di archetipi platonici e astratti e l'esperienza concreta, recalcitrante a qualsiasi formalizzazione. E forse l'errore principale dell'economia di questi dieci anni è stato aver privilegiato la teoretica sugli altri due poli: troppi voli pindarici sull'ideale e sul trascendente e poco interesse su ciò che influisce direttamente sul concreto e sul quotidiano
Ricondotto ai minimi termini, il Risorgimento è riconducibile all'aggressione brigantesca di uno stato militarizzato e sull'orlo della bancarotta ai danni di vicini ben più civili, pacifici e prosperi. Aggressione che ha permesso di arricchire la propria economia a scapito di quelle dei paesi conquistati, le cui risorse sono state drenate a fa vore di Torino e dei suoi protettori politici e che ha provocato la distruzione di un'intera generazione del Sud Italia. Si ricordi come nel 1863 la legge Pica aveva diviso l'Italia in due zone. Una in cui valeva il diritto, lo Statuto Albertino, l'altra la legge di guerra, con tribunali speciali, le deportazioni, le fucilazioni e gli stupri di massa. Tutto per fiaccare la volontà di indipendenza di un popolo. E di quella campagna di terrore ne stiamo ancora pagando le conseguenze. Sarebbe giusto che nelle Celebrazioni sull'Unità d'Italia, tra l'affogare nella retorica e nel Clientelismo, ci si ricordasse anche di questo martedì, luglio 21, 2009
Inaspettamente, un post su Di Pietro ha scatenato un interessante dibattito su diversi temi. Sul confronto secolare tra chi si richiama all'Auctoritas, in questo caso la Arendt, e chi all'esperienza concreta (ma tale concetto è estendibile alla Storia, dato che l'interpretazione del fatto non può far a meno di basarsi sull'ideologia implicita o esplicita dell'individuo) Su come l'ambiente, in questo caso la Repubblica di Weimar, una repubblica "casuale" che secondo un commento "non ha saputo nè sviluppare la sua identità, nè gli anticorpi per la sua difesa." possa sviluppare convergenze di pensiero anche da chi ha idee politiche sociali totalmente differenti Sul fatto che l'Arendt, più che filosofa, le sue tesi non sono innovative, ma riprendono tesi già sviluppati da pensatori precedenti, possa considerarsi testimone della crisi. E soprattutto constatare il fascino della "democrazia debole" che contrappone Rappresentanza e Partecipazione, a cui senza citare la Arendt cade Kelsen In verità, in democrazia Rappresentanza è Partecipazione, almeno secondo la teoria di Popper per cui non è il popolo che governa ma sono i governanti. Semplificando al massimo, nella democrazia il popolo può decidere di sbarazzarsi dei governanti pacificamente, nel secondo, invece non vi è alcuna possibilità in questo senso. E questo presuppone la delega di parte del potere decisionale dal popolo a coloro che ritiene rappresentanti provvisori. Creando un'artificiosa contrapposizione tra Rappresentanza e Partecipazione, di fatto si mina la legittimità di tale delega e avvalorando la tesi che questa possa essere sostituita dal rapporto diretto tra Potere e Popolo. La strada seguita da ogni dittatore, da Napoleone in poi. lunedì, luglio 20, 2009
Dinanzi a tutto l'onanismo mentale che si sta sviluppando sulla questione dell'emigrazione meridionale, mi vien da chiedermi se intellettuali e giornalisti nella loro vita abbian mai lavorato. Senza aspettare statistiche, bastava far un giro per aziende, stazioni ed aeroporti per rendersi conto del fenomeno. Fenomeno che, ovviamente è figlio dei limiti strutturali del Sud, ma anche della crisi della società del Nord Italia che pare esser diventata una fabbrica di mediocri. Al Settentrione c'è lavoro, ma c'è anche tanta difficoltà a trovare economisti ed ingegneri qualificati e parlo per esperienza quotidiana Forse le facoltà locali han un livello mediamente più basso che al Meridione. O semplicemente, una società appagata non educa più figli con desiderio di sacrificarsi e creatività per affrontare ciò che sfugge ai canoni dell'abitudinario. Per finire, una dritta di cui magari i giornalisti se ne accorgeranno tra altri dieci anni. Una buona percentuale degli emigranti con trolley e portatile, spesso ritorna, e cerca, con notevole difficoltà, di fare impresa a Sud, a volte ottenendo grandi risultati giovedì, luglio 16, 2009
Recentemente, Veneziani ha fatto un appunto al Cavaliere; se i giornali ti attaccano, è colpa tua, semplicemente perchè non sei riuscito a riequilibrare la pendenza a sinistra della Stampa e della Cultura. Il limite di tale è analisi è nell'identificare la Cultura con le case editrici e l'elitès che bene o male vi campano e dare a queste il ruolo di guide del popolo bue. Idee che forse potevano aver senso nel secolo scorso, ma che son state sorpassare: basti pensare come gli italiani, di tutte tirate moralistiche di Repubblica e del Corriere se ne siano totalmentr fregati Berlusconi, o meglio il magma politico che si riconosce in lui, ha scelto un approccio innovativo e differente: invece che andare all'assalto dei media tradizionali, come vorrebbe Veneziani, ha sperimentato una soluzione bottom-up, creando spazi di discussione, al di là dell'editoria classica, da cui vengono idee e si genera guerriglia contro il potere culturale. Spazi che ormai han raggiunto la massa critica per vivere di vita propria. mercoledì, luglio 15, 2009
I media italiani che citano i giornali inglesi come fossero l'oracolo di Delfi, prima di prendere le loro parole come oro colato, dovrebbero prendere atto come il livello culturale medio dei loro scribacchini è addirittura più basso di quello dei loro corrispettivi italiani. Se da noi perle come quelle del giornalista di Libero che definì il pontile un piccolo ponte sono perle rare, nella perfida Albione sono la normalità. Racconto un esempio storico: quando scoppiò la guerra d'Etiopia, i giornalisti inglesi ed americani, mediamente incapaci di trovare quella povera nazione sulla cartina geografica, cominciarono a scrivere articoli per istruire i loro lettori. Alcuni dei giornali che Repubblica cita abitualmente, scrissero che gli etiopi parlavano greco antico. Oppure descrissero quella nazione come un'immensa Death Valley abitata da cannibali e pellerossa. Un giornale che si spaccia per autorevole, ripubblicò un reportage sul Tibet, cambiando il nome di Lhasa con quello di Addis Abebà E successe anche di peggio durante la campagna: se i giornalisti al seguito delle truppe italiane avevano l'alibi della censura fascista, quello presso il Negus, amavano troppo la bella vita, mandando articoli totalmente inventati o scopiazzati da libri di viaggio dell'Ottocento. E oggi non è che faccian nulla di differente venerdì, luglio 10, 2009
The Fog of War: Eleven Lesson of Robert McNamara è un documentario in cui il ministro della difesa americano che perse il 'Nam riflette su quell'esperienza e sui suoi errori e proponendo i relativi palliativi. Le cosiddette undici lezioni che provo a commentare 1 Prova empatia verso il tuo nemico Cosa si intende per empatia ? Spesso questa, come sta facendo Obama, viene scambiata per la simpatia, dimenticano una piccola lezione di Schmitt: il fatto che tu smetti di odiare il tuo nemico non implica che questo farà altrettanto Empatia significa diventare specchio del proprio avversario: comprendere i suoi ragionamenti ed i suoi istinti irrazionali, per anticipare le sue mosse e colpirlo dove gli fa più male 2 La razionalità non ci salverà L'illusione dell'Occidente, figlia dell'Illuminismo, è che l'Uomo sia un animale razionale. Purtroppo non è così. La ragione è spesso una costruzione a posteriori per giustificare i nostri comportamenti istintivi e caotici Nella guerra, è necessario partire dall'assioma che noi ed il nostro avversario siamo mediamente stupidi, incapaci di pianificare a lungo periodo e di individuare quella che è la soluzione ottima per ottenere i nostri obiettivi. E' necessario partire dalla consapevolezza della nostra fallibilità, per raggiungere il massimo della flessibilità tattica. Dall'umiltà, per non esser sorpresi dal nostro Nemico, dando per scontati i suoi comportamenti 4 Massimizzare l'efficienza Qui McNamara entra in palese contraddizione. Lo scopo della guerra, riducendolo all'osso, è porre il nemico in condizione di non nuocere. Per far questo, è necessario colpirlo con la forza necessaria a raggiungere tale obiettivo. Forza che non deve essere proporzionale a quella dell'avversario, generando un ciclo di azione e reazione che oltre logorare entrambi i contendenti, li rende prevedibili 6 Ottieni tutti i dati L'ignoranza è il primo nemico della Vittoria 7 Le convinzioni e le rappresentazioni sono spesso sbagliate La revisione è la chiave dell'imprevebilità, per non farsi imprigionare in schemi definiti e prevedibili. 9 Per ottenere il bene, si può essere costretti a fare il male Di fatto, l'Idealismo, distorcendo la percezione del Reale e la decisione strategica è il secondo nemico della Vittoria |
Chiacchiere svagate di un (ex)consulente perditempo |