lunedì, novembre 09, 2009

C’era una volta un Re che si cresceva due delfini, Pierfrego e Gianfrego. Crebbero allo stesso modo, con la stessa statura, emiliani entrambi, anche la loro specialità era comune: la politica, e nemmeno il governo o l’amministrazione, ma proprio la politica parlante, tutta video e partito. Non avevano mai fatto altro nella vita che quello, la politica. Ma per il Re erano i suoi pupi e le sue pupille politiche, erano come per Cornelia i suoi Gracchi e lo affiancavano come due colonnine altoparlanti che sovrastavano lo stereo.
Trovatelli ambedue, Pierfrego aveva perduto la sua famiglia Diccì nel terremoto del ’92, denominato Mani Pulite; Gianfrego, orfano della famiglia Missì, aveva dato alle fiamme la casa paterna, ormai fatiscente. Furono adottati dal Re e portati alla reggia dove in un primo tempo concorsero ad accrescerla e in un secondo si fecero accidiosi, fino a remare contro. Dopo aver fatto le scuole materne insieme a un privatista irrequieto di nome Umberto, Pier e Gian in età scolare furono mandati a presiedere i parlamenti. Poi Pier decise di far fortuna lasciando la Casa e Gian decise di mettersi in proprio ma senza perdere le comodità della Casa.
Fu la prima volta che si separarono, e bisticciarono pure, ma come siamesi vissero la separazione come un trauma contronatura. Da tempo si mormora che marciano divisi ma colpiscono uniti, che hanno trescato con altri, Paolo il Mieloso, Luca il Montezuma e perfino Ciccio il Rutello, per far le scarpe al sovrano o più cautamente per succedere a lui. Sarà ma il problema è che le aspirazioni di entrambi si intralciano a vicenda. Però temono ambedue il Terzo Incomodo, dal Gran Ciambellano del Re al Gran Tesoriere di corte, ai gran governatori del Reame.
È comprensibile, più che comprensibile, il loro ammutinamento al Re che li ha cresciuti e adottati. I due ragazzi sono stanchi di fare i ragazzi, vogliono le chiavi di casa e magari sfrattare il padrone di casa; sono stanchi di dire grazie a chi li ha portati alla reggia, vogliono fare per conto loro e sentirsi Capi e non solo Capetti, sovrani e non principi azzurri o promessi sposi. E sono molto pressati e blanditi da amichetti volpini e istruttori potenti, che li portano in cielo ad ogni sberleffo che fanno nei confronti del Re e li riempiono di complimenti.
Tra i due, a dir la verità, c’è qualche differenza di metodo. In fondo Pier non è stato carino con il Sovrano ma è stato leale ad andarsene, perlomeno, mettendosi in proprio. E poi è stato leale con la sua famiglia di origine, non si è mai scordato di essere uno di loro, anzi. Gian, invece, spernacchia il Sovrano ma vive largamente a suo carico, e non è stato leale nemmeno con la sua famiglia d’origine; sarà perché viveva in una casa più povera e malandata, ma ha scontentato sia il sovrano che i suoi stessi parenti.
E ancora: Pier in fondo non ha cambiato le sue opinioni (dai, non chiamiamole idee) e la sua mentalità cristiana (su, non parliamo di valori). Gian, invece, ha cambiato radicalmente anche quelle e querela il se stesso di venti, di dieci ma anche di due anni fa. Dico le opinioni e le posizioni, mica le idee e i valori (dai non scherziamo). Ma è la politica, ragazzi, ed è inutile star lì a menarsela. È inutile invocare la gratitudine, che non è una categoria umana, figuriamoci se può essere una categoria della politica; ma se è inutile invocare la riconoscenza, superfluo è pure pretendere il riconoscimento, cioè la considerazione dei fatti e dei meriti.
La politica non è abituata a questo, non si correla con la giustizia e nemmeno con la solidarietà o, per essere più ridicoli, con gli interessi supremi del paese. L’unica cosa che si può chiedere alla politica è un po’ di intelligenza applicata all’efficacia, quel che in versione plebea è la furbizia o l’opportunismo.
Beh, in nome di quella cosa lì, vorrei dire ai due ragazzi: giocate almeno la partita doppia, ovvero fate pure i vostri conti per il dopo, attrezzatevi per il nuovo giro. Ma in questi tre anni e mezzo che ci separano dalle votazioni politiche, lasciatelo governare, il vostro Re o il vostro Ex, se preferite. E sapendo che governa con un largo consenso popolare, cercate di non soffiare sulla fronda, di non trescare con i suoi nemici; cercate di capire, nel vostro interesse, e non nel suo, che per ereditare un domani il suo consenso dovete cercare più i motivi di continuità che di frattura e ora stargli più vicini.
Poi vi farete il vostro centro senza più il bipolarismo, o la vostra destra senza più la destra, insomma farete il vostro gioco. Ma nell’interesse vostro, non giocate questa partita contro di lui perché si ritorcerebbe contro di voi. Dispiace dirvelo, cari Pierfrego e Gianfrego, ma l’interesse vostro coincide con quello dell’Italia.
Veneziani
lunedì, settembre 21, 2009

È vero, la lotta politica in Italia non è tra governo e opposizione, o addirittura tra destra e sinistra: ma è tra oligarchie e consenso popolare. Non chiamatele élite, per favore, e nemmeno poteri forti. I poteri impotenti, i poteri deboli non sono poteri, e le élite sono il fior fiore di un Paese, sono la classe dirigente, non la classe dominante. Perché quando parlate del ceto politico usate l’espressione negativa di Casta, non senza ragione, per alludere ai suoi privilegi e ai suoi favori, e quando parlate di un’altra oligarchia, quella degli affari più contorno di stampa e propaganda, la definite addirittura aristocrazia? È un’altra casta, con i suoi privilegi, i suoi interessi che divergono da quelli del Paese, i suoi valori che sono dissonanti dal sentire comune, le sue pretese di egemonia che non passano dal vaglio del popolo sovrano. Capisco l’irritazione dei grandi giornali, altoparlanti della casta suddetta, per le parole dure di Brunetta. Capisco pure l’accusa di demagogia e di populismo.
Non sbagliano del tutto, mi rendo conto. Ma ci sono due tipi di populismi: uno vuole fuoruscire dalla democrazia, dal voto e dalla libertà, sognando scorciatoie autoritarie e un altro, al contrario, si attacca al voto popolare, alla democrazia e alla libertà per reagire al potere delle oligarchie. In Italia il populismo è nato in reazione all’alleanza tra le caste: quella derivata dal comunismo e dalla sinistra radical, quella imperante nel potere editoriale, culturale e multimediale, e quella di un capitalismo assistito e furbo che da sempre privatizza i profitti e socializza le perdite, evade e taglieggia lo Stato, rileva, magari a prezzi stracciati, imprese e gruppi editoriali, e disegna l’Italia a immagine e somiglianza dei propri interessi. Per dirla col linguaggio del secolo scorso, l’oligarchia che oggi attacca il governo Berlusconi nasce dall’intreccio tra destra economica e sinistra ideologica, di cui molti grandi giornali sono garanti e punti di incontro: perché in quei giornali, ad una proprietà che risponde a quegli assetti di potere corrisponde la guida del giornale nelle mani di un ceto professionale venuto in gran parte da sinistra, dal Sessantotto e dal radicalismo. Quella triplice alleanza, oligarchie economico-finanziarie, intellettuali-mediatiche, politico-manovali, più appendici sindacali e avanguardie giudiziarie, fu a un passo dal conquistare il potere con il crollo di Craxi, della Dc e della Prima Repubblica: poi arrivò un certo Berlusconi e il ’94 sfumò la presa del potere politico ma rimase quella del potere diffuso.
Al punto che Berlusconi andò al governo, mandato dal popolo, ma non andò al potere. Che pochi mesi dopo, grazie anche ad alcuni errori del centrodestra, lo sfrattò da Palazzo Chigi con tanto di avviso giudiziario. Quella guerra è proseguita sottotraccia lungo tutto questo tempo, con periodiche emersioni allo scoperto di questa ostilità. Che in tempi di bonaccia sono a livello culturale o civile, e non mancano ambasciatori di frontiera che tentano di stabilire concordati; in tempi di bufera si palesano a livello politico e persino elettorale, con plateali pronunciamenti, come quello celebre di Mieli sul Corriere della sera. A volte trovano autorevoli complicità nei vertici della Confindustria, della Banca d’Italia e di molte banche ora irritate dalle posizioni di Tremonti dalla parte degli italiani contro le speculazioni dei medesimi istituti. Certo, non è una storia solo italiana se già un sociologo americano venuto da sinistra e poi approdato a posizioni populiste, Cristopher Lasch, scrisse nei primi anni Novanta La ribellione delle élite.
Ma da noi la guerra c’è, si combatte ogni giorno, il terreno più vistoso è la stampa e, in generale, la cultura del Paese. Si è acutizzata quest’estate, e non a caso parlammo proprio sul Giornale della caduta degli dei, riferendoci alle suddette oligarchie. A voler individuare il blocco sociale di riferimento delle oligarchie dovremmo dire che non sono più i mitici proletari e gli operai, ma, per esempio, gli insegnanti, più sparsi borghesi, residui sindacali e superstiti dinosauri militanti. Unico intoppo, quella che Flaiano chiamava la trascurabile maggioranza degli italiani, il consenso popolare a questo governo.
Il fine è trasparente: modificare, correggere, fino a sovvertire, l’esito di libere elezioni e del consenso popolare. Si lanciano campagne mediatiche con studiata puntualità e, nei momenti di vuoto, si recitano dei mantra: l’ultimo è Il Declino, un rosario che oligarchie, politici di sinistra e stampa recitano ogni giorno fino a farlo diventare luogo comune, convinzione diffusa. È cominciato il declino di Berlusconi e della sua band, ripetono tutti con tono oracolare. Ci sono segni elettorali, popolari, parlamentari, governativi di questo declino? No, vaghi segni climatici, presagi e maledizioni, passaparola e riti parapsicologici, un po’ come facevano gli aruspici nell’antica Roma e gli jettatori nella vecchia Napoli.
Al governo in carica, tuttavia, non tocca solo denunciare la manovra e non è il caso di abbassare il tono della denuncia in modo greve. Bisogna porsi il problema in chiave politica e culturale. Traduco: bisogna rendere trasparente il conflitto, visibile a occhio nudo e circoscritto ad una sfera politica; non escludendo, laddove è possibile, raggiungere tregue e punti di intesa nell’interesse reciproco e generale. Il problema culturale è invece: si può governare un Paese contro le oligarchie dominanti, o piuttosto non è necessario tentare una strategia di conquista civile e culturale delle posizioni chiave, o quantomeno una presenza bilanciata, che apra alle plurali culture del Paese? Un leader e un popolo non bastano, ci vuole anche una classe dirigente adeguata, ci vogliono élite. Cosa distingue un’élite da un’oligarchia, ovvero una classe dirigente da una classe dominante, come diceva Gramsci? Le classi dirigenti e le élite sono il potere di pochi nell’interesse di molti, le classi dominanti e le oligarchie sono il potere di pochi nell’interesse di pochi.
In termini culturali si tratta di compiere il salto di qualità dal populismo al comunitarismo, ovvero da una politica istintiva ed emozionale ad una sensibilità consapevole e una cultura del legame sociale e popolare. Ma torniamo alla realtà fresca di giornata: nel presente si tratta di scegliere tra un leader arcitaliano nei vizi e nelle virtù, che rappresenta il popolo, e le oligarchie, che rappresentano se stesse. Liberamente e criticamente preferiamo la prima soluzione.
Veneziani

Ti piace vincere facile, eh? È probabile che abbia guardato troppa pubblicità del grattaevinci, il leader dell’Udc, lasciandosi suggestionare. Però gli va riconosciuta l’attenuante genetica, perché l’arte del saltar sul carro del vincitore, puntare sul cavallo che ha almeno un giro di distacco, scegliere il piatto più appetitoso e conveniente, è antica e sperimentata, gli viene dalla gloriosa Dc. La pulsione a vincer facile, la ricerca di scorciatoie per salir sulle poltrone e conservarle col minimo dello sforzo e ancor più del rischio ce l’hanno nel Dna, Pier Ferdinando Casini e i suoi. Un po’ come tutti i postdemocristiani, del resto. Compreso Francesco Rutelli che, pur nato radicale e cresciuto verde, nella fulminazione sulla via di Damasco ha subìto la trasfusione totale del sangue e pure del midollo, dunque come tutti i convertiti si rivela più granitico e perfetto degli originali, anche nei difetti.
Chiamalo vizietto se vuoi, ma non stupirti più di tanto. Anzi, è stupefacente che ci abbiano messo così tanto tempo, a ricordarsi della «politica dei due forni» enunciata a metà del secolo scorso da Giulio Andreotti, detto la vecchia volpe, e praticata dallo Scudocrociato a stagioni alterne ma sempiterne, sino alla sua frantumazione: non era certo colpa loro, ghignava Andreotti, se a destra e a sinistra s’offrivano due forni, sempre spalancati; o il mercato è peccaminoso? Così la linea delle «mani libere» perseguita da Arnaldo Forlani, maestro e mentore del giovane Casini, il segretario del massimo splendore democristiano famoso per non negarsi mai ai giornalisti e parlare, parlare, finché un cronista più coraggioso lo interrompeva, «scusi segretario, ma non ci ha detto ancora niente», e lui soave ribatteva: «Se è per questo, posso andare avanti così per altre due ore». Ma stiamo divagando, perché all’elenco delle formule per nobilitare il vizietto democristiano vanno aggiunte le «convergenze parallele» teorizzate da Aldo Moro per dare dignità al camminare sottobraccio coi comunisti: matrimonio senza sesso, insomma, ma l’importante è camminare divisi per comandare insieme. Senza dimenticare le astrazioni ardite di Ciriaco De Mita per far ondivagare la Dc tra Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer. E giù, giù, sino ai contorcimenti di Mino Martinazzoli e alle sardine di Rocco Buttiglione a casa di Umberto Bossi nel ’94 per il ribaltone con Massimo D’Alema.
Ma sì, chiamatelo Andrea e non più Grande Centro, come chiede adesso Casini, la sostanza non cambia. La prova generale per piazzare Andrea sulla corsia più veloce e sicura di ogni corsa, l’Udc l’ha fatta nei ballottaggi del giugno appena scorso: eccoli alleati con la sinistra vincente a Bari, a ruota del centrodestra inarrestabile per la Provincia di Venezia, col Pd favorito a Rieti e così via. Oddio, hanno sballato qualche puntata, come ad Ancona, ma il bilancio complessivo è risultato positivo, da rinverdire i fasti di Ghino di Tacco. Perché, dunque, non riprovarci alla grande in vista delle regionali? Se gli va bene, si troveranno al governo di quasi tutte le Regioni italiane, con destra o sinistra poco importa, e strapperanno anche un paio di governatori laddove risultano sicuramente determinanti. Non date retta ai grandi ed alti proclami di «nuove maggioranze» in Parlamento, alle visioni di lungo e nuovo respiro, all’anatema contro Attila Bossi, alla crociata contro gli unni e vandali della Lega. L’orizzonte di Casini e Rutelli è per ora più vicino e concreto, arriva a marzo. E potete scommetterci, al Nord Andrea andrà in giunta anche col Carroccio, sempre che se lo prendano.
Il gioco è così scoperto, che se ne è accorto persino Dario Franceschini. Sarà agli sgoccioli, il segretario del Pd, ma con lucidità ha lanciato l’allarme contro le seduzioni dell’Udc: «Hanno una ragione sociale che non mi piace, questo stare in mezzo e scegliere di volta in volta dove andare... Mi sembra un centro mobile. Dunque saranno i nostri candidati presidenti di Regione a valutare se, nelle loro realtà, esistano le condizioni programmatiche per allearsi con loro». Era alla festa del Pd, Franceschini. Gli hanno domandato se sul grande centro, pardon su Andrea, abbia avuto almeno un confronto con Rutelli. «No», ha risposto, «ma gli telefonerò». Sì, sì, telefonate a Francesco che da quando lo han trombato - anzi, s’è lasciato trombare, da Walter Veltroni - nell’ultima corsa al Campidoglio, sta soppesando calore e prezzi dei due forni: quello del Pd, dove ormai sta malamente, e quello di Casini, con l’«incantamento» di Fini e Montezemolo.
Vorrei che tu e Lapo ed io... Le regionali sono l’obiettivo, ma l’«incantamento» vorrebbe nasconderlo. Ci si mette anche l’immancabile sondaggio: Roberto Weber, Swg, assicura che se l’Udc ora vale il 7%, un partito centrista con Montezemolo alla guida «arriverebbe molto più in alto, almeno al 15%». Però attenzione, amici. Guai, ad usare la dizione Grande Centro, avverte Weber, «non va bene, porta male: evoca un partito cattolico, ricorda Martinazzoli e le sconfitte». Capito perché Casini vuol chiamarlo Andrea? Pur se il santo patrono di questa creatura, più che l’apostolo maggiore sembra quello delle Fratte, venerato nella chiesa romana vicina alla sede della vecchia Margherita.
Pennacchi

All'inizio della guerra in Afghanistan, i talebani si comportavano come un esercito regolare, con battaglie campali e trincee. Dopo otto anni, l'approccio è cambiato: le truppe sono allo sbando e dalla guerra si è passati al terrorismo.
Militarmente, un successo. Politicamente, un problema, poichè, ciò incide molto di più sulle fibre morali delle democrazie occidentali: ringranziando il cielo, siam diventati più civili e se le centinaia di migliaia dei morti sul Carso un secolo fa ci lasciavano indifferenti, oggi, e sottolineo giustamente, sei poveri parà ci fan piangere il cuore.
Ora, il problema non è ritirarsi, ma vincere. E per far questo, dobbiamo battere il nemico in pazienza e ricordare che chi vince le guerre non è chi infligge più danni all'avversario, ma chi ne sopporta di più.
E' utile quindi riflettere su come far questo: i problemi storici dell'esercito italiano sono stati alti ufficiali mediamente incapaci, politica che metteva bocca su questioni tattico strategiche, materiale.
Attualmente, il primo problema è risolto, vuoi o non vuoi, i nostri ufficiali e generali han un livello professionale notevole. Benchè la storica carenza di fondi, il nostro armamento è dignitoso.
La questione è sempre l'ingerenza della politica: se mandi dei soldati al fronte, devi metterle in condizione di combattere, altrimenti li rendi dei bersagli. E questo concetto non entra nella testa sia di Prodi, sia di Berlusconi.
Il Centro Destra deve prendersi le sue responsabilità. Affiancare ai Lince i blindo Centauro ed i carri Ariete, per garantire sufficiente potenza di fuoco.
Aggiungere ai mortai da 120 mm i semoventi da 155 mm che coprendo un raggio di 60 km, permette la massima protezione ai nostri convogli. Armare i Predator. Adottare i Falco. Montare le bombe sui Tornado.
Allungare i turni operativi da sei mesi a dodici. Si spendono più soldi nei trasferimenti logistici delle truppe che nei i loro rifornimenti di armi, proiettili e carburanti.
Ed i sei mesi è un periodo troppo breve per radicarsi nel territorio e creare un rapporto di fiducia con la popolazione.
E recuperare il ruolo dei nostri servizi segreti, riorganizzandoli e mettendo una pezza ai danni combinati da Prodi che sacrifico cinicamente reti ed agenti alla demagogia dell'estrema sinistra per mantenersi aggrappato alla poltrona.
martedì, settembre 15, 2009

Forse Gianfranco Fini è di sinistra, forse Antonio Di Pietro è di destro, una sola certezza: Pier Ferdinando Casini è democristiano. Forse a Villa Certosa bazzicavano delle escorti, forse nel Pd barese bazzicavano altre escort, una sola certezza: l'Udc se la fa con tutti.
Le trattative per le regionali del 2010 si stanno rivelando una specie di orgia complessiva dove non abbondano solo le profferte postdemocristiane a 360 gradi, ma anche i clienti: Pd e Pdl si sperticano per spiegare che l'Udc sia rispettivamente di destra o di sinistra (ridaje) anche se in realtà non gliene frega niente a nessuno: perchè nessuno guarda ai programmi, alla politca e anticaglie del genere, si guarda alla poltrona e stop.
Forse non serve scomodare il caso Fini per porsi dei dubbi amletici su destra o sinistra, partito o taxi elettorale, alleanza o meritricio, se si faccia politica o navigazione a vista: bastava chiedersi, per dirne un'altra, che cosa c'entrasse con Pdl il ripescaggio di Mastella alle scorse Europee (Clemente era al governo con Prodi mentre a Ceppoloni governava con Forza Italia) o che c'entrasse con il Pd con Di Pietro alle scorse politiche (Tonino maledice Berlusconi e in Molise ci governa assieme).
Detto con gentilezza: l'ultimo dei cialtroni socialdemocratici della Prima Repubblica, in confronto a certi mandriani, era Gengis Khan
Facci
mercoledì, settembre 09, 2009

Ho grande stima di Tremonti, ma alcune volte le sue tesi mi lasciano perplesso. L'ultimo caso è quello relativo alla definizione del credito.
Per Tremonti, questo è una funzione pubblica che lo Stato deve indirizzare. Trascurando che proprio questa è la tesi degli economisti clintoniani che con le loro dementi decisioni sui mutui delle case han portato alla crisi dei subprime, il credito non è questo.
E' essenzialmente un'attività di economia di mercato. Prendendo per buoni i modelli basati su reti di relazioni si avrà quindi:
1) L'impossibilità di un ottimo globale, quindi qualsiasi regolatore "utopistico", dal pianificatore onniscente al mercato assoluto, è impossibile da raggiungersi. Ancor di più, qualsiasi soluzione mercatista o di controllo forzoso, come sostenuta da Visco, è tanto inutile quanto velleitaria
2) Sono possibili soltanto degli ottimi locali, variabili ahimè in funzione del tempo e quindi instabili. Di conseguenza, lo Stato, più che regolare o incentivare il credito, deve provvedere a contenere gli effetti di un'eventuale sua limitazioen sulla produzioni e sui consumi

E' ridicolo come ciclicamente nel PDL si riproponga la questione Fini, legata a tre grossi limiti del Presidente della Camera:
1) Il fatto che si sopravvaluti, ritenendosi una sorta di uomo del destino e che questo gli fa vivere la continua frustrazione dell'esser continuamente secondo a Berlusconi
2) Una limitata visione politica che priva di fantasia, lo porta ad impelagarsi in intrigucci da cortigiana e fallimentari prese di posizione, sempre terminate, dall'Elefantino all'opposizione alla nascita del PdL, in vergognose ritirate
3) L'assoluta incapacità di imparare dagli errori altrui e propri.
E così Fini si è ridotto, assieme a Veltroni, ad essere il grande fallimento della Seconda Repubblica, perennemente salvato dal destino dell'ex segretario del PD dal fatto che bene o male in AN non vi fosse nessuno capace di sostituirlo, il che mostra il livello che aveva la sua classe dirigente, e dal mantenere un rapporto fiduciario con il suo elettorato.
Rapporto che con la strategia casiniana del dialogo con la Sinistra, basato l'idea velletaria di scalzare Berlusconi, si sta logorando. E senza di questo, Fini val ben poco.
Ed una serpe in seno, senza denti, fa una pessima fine
martedì, settembre 08, 2009

A volergli cercare una madre nobile (anche le idee peggiori ce l’hanno), quella del cattocomunismo fu la Sinistra Cristiana, che si batté durante la Resistenza, più in funzione antifascista che filocomunista. Ne facevano parte Felice Balbo, Adriano Ossicini, Claudio Napoleoni, Franco Rodano. Oggi, però, i cattocomunisti evocati dal presidente del Consiglio riconoscono il loro padre nobile in don Giuseppe Dossetti, il prete-politico che rischiò - per la sua apertura a sinistra - di diventare l’alternativa a De Gasperi. Un cattolico di destra come Formigoni, usando un concetto di Paolo VI, lo definisce «l’emblema del complesso di inferiorità del cattolicesimo politico nei confronti del marxismo».
Nei cattocomunisti c’è la convinzione che non si possa fare politica, e tantomeno una buona politica cristiana, senza l’appoggio della sinistra: la quale sarebbe più vicina al messaggio evangelico, se non ai valori cristiani. Si tratta - ancora! - dell’antica convinzione popolare che Gesù era un rivoluzionario socialista, e che la rivoluzione cristiana non si possa fare senza la sinistra.
Più piattamente, il cattocomunismo applicato nacque da un progetto politico di forze fino ad allora contrapposte, ma che avevano bisogno l’una dell’altra per «garantire stabilità al Paese», ovvero per governare a lungo senza possibili alternative. Il cattocomunismo nacque in quel confuso marasma di ideali e necessità, espresso alla perfezione da espressioni politiche contorte e surreali: «convergenze parallele» e «compromesso storico». Concetti e parole partoriti, negli anni Settanta, da Aldo Moro e da Enrico Berlinguer. Parole e concetti tradotti nel più immediato «cattocomunismo», che individuò subito l’avversario principale nei cosiddetti «clericofascisti», i quali erano - più semplicemente - cattolici di destra. (Oggi io preferisco parlare di ghibelliniguelfi e di guelfighibellini, essendo quasi scomparsi - sia a destra sia a sinistra - i veri guelfi, i veri ghibellini, ma questa è un’altra faccenda.) Il bello è che sia i cattolici di destra sia i cattolici di sinistra credono di fare l’interesse della loro fede e della Chiesa. A destra, perché difendono i valori della famiglia tradizionale contro i Dico, la procreazione naturale contro quella assistita, l’obbligo di scegliere la vita contro la libertà di scegliere la morte, eccetera eccetera. Per fortuna (pardon) io non sono né cattolico né osservante, se no mi troverei in grave imbarazzo, essendo per i Dico, la procreazione assistita quando i mezzi naturali non funzionino, la libertà di scrivere un testamento biologico dove lo Stato non metta il naso. E, per fortuna, si può stare a destra e combattere per quelle idee, che non sono solo di sinistra. Ma come fanno, i cattolici, a far convivere l’obbedienza alla Chiesa con l’appartenenza a un gruppo politico che di quelle idee fa una bandiera?
Indifferenti all’insegnamento di una decina di papi, nonché alla scomunica di Pio XII ai marxisti, i cattocomunisti vollero sempre ignorare che il comunismo era, prima di tutto, un’ideologia sostitutiva della religione. E così si ebbero effetti che per un laico possono essere benigni e graditi, come le vittorie nei referendum sul divorzio e sull’aborto. Ma neppure un laico può fare a meno di chiedersi come un cattolico abbia potuto appoggiare quei referendum nel nome di Cristo e di una maggiore giustizia sociale.
Intanto, il cattocomunismo politico/economico provocava danni che stiamo ancora pagando, e chi sa per quanto tempo. Dal 1974 al 1985 le tasse aumentarono paurosamente, soprattutto per costruire quello Stato assistenziale che - per i cattocomunisti - è la versione più attuale del socialismo. Democristiani, socialisti e comunisti aumentarono il debito pubblico a dismisura per migliorare le «prestazioni sociali». In parte ci riuscirono, ma l’aumento della spesa pubblica accrebbe il deficit, il deficit aumentò il prelievo fiscale, che a sua volta diminuì l’iniziativa privata. Risultato, nuova disoccupazione, inflazione, povertà. Alla buonafede dei cattocomunisti si univa proprio quel complesso d’inferiorità di cui accennavamo all’inizio, ovvero la convinzione che soltanto i comunisti avessero gli strumenti per interpretare e migliorare la società e l’economia.
L’incredibile è che neanche il crollo del marxismo internazionale li abbia costretti a un ripensamento. Non ci è riuscito neppure papa Giovanni Paolo II, che nell’enciclica Centesimus annus, 1991, scrisse: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese».
Insomma, come si fa a essere cattocomunisti, oggi? Rimangono tali, infatti, anche in assenza di comunismo, che proprio certi cattolici sembrano rimpiangere più degli stessi marxisti. In proposito ha dato una risposta chiara e convincente Raffaele Iannuzzi: oggi la fede e i suoi contenuti culturali sono, per i cattocomunisti, al servizio e alla mercé del dibattito politico; per cui, «se il Regno di Dio non è più una realtà dell’altro mondo, ma è una cosa di questo mondo, allora abbattere Berlusconi è già l’apertura alla salvezza in questo mondo». È il vero motivo per cui, alla fine, non vogliono e non riescono a farsi un grande partito tutto cattolico: non riuscirebbero nell’obiettivo salvifico di espellere il mercante dal tempio. Anche il catechismo ne ha fatti, di guasti
Giordano Bruno Guerri

A Berlusconi potrete aver tolto qualche ragazzotta di torno con le vostre inchieste di altissimo profilo giornalistico, ma nessuno potrà sopprimere la facoltà di esercizio dei propri diritti di cittadini italiano.
Sbaglio o eravate voi a sostenere che il premier dovesse difendersi nei processi e non dai processi ? Faccia lo stesso Repubblica e si difenda nel merito invece di lanciare appelli da vergine offesa.
Matteo Mion
La riflessione di Mion evidenzia i limiti culturali e morali, magari inconsapevoli della Sinistra Italia. La convinzione che ciò che vorrebbe imporre agli altri, per se stessa non vale...
E la sorpresa sul fatto che gli elettori, quelli non fessacchiotti, si sentono lievemente presi in giro da tale ipocrisia

Il grosso limite dei Pensatori e Strateghi di Sinistra, parole grosse in questo caso, è la loro castrazione intellettuale, dovuta al rifiuto di guardare la realtà così come è; analogamente ai generali francesi nascosti come conigli dietro la linea Maginot, invece che attaccare durante l'offensiva tedesca in Polonia, questi non combattono la guerra attuale, ma quella di trent'anni e fa.
E come sempre, saranno travolti da chi vive e pensa nel proprio Tempo. Li senti sbraitare, dal Riformista al Manifesto, sulla questione cattolica, sullo scontro con l'Europa e sulla freddezza dell'Amministrazione Obama, dimenticando che non siamo più negli anni Cinquanta.
La Chiesa, premesso che questa non si riduce ad alcuni vescovi della CEI o a parroci reduci dal Sessantotto, quanto a da guadagnare andando allo scontro con un governo contiguo e facendosi terra bruciata ? La canea di cattolici adulti e predicatori fai da te che costellano il centro sinistra sono interlocutori più affidabili ?
E soprattutto, quale è la sua capacità reale di mobilitare voti ? Siamo convinti che sia tale da trasformare la riserva indiana dei portaborse democristiani in un partito di massa ?
Per dirla alla Totò, ma mi faccia il piacere. L'Europa contro Berlusconi ? Questa Europa, un cadavere putrescente e pieno di fetore ? Purtroppo, ormai siamo arrivati al punto che l'UE deve sottostare ai diktat delle sue singole parti e non viceversa.
Obama ? Mi permettete di sostenere che l'attuale, debole, retorico ed "abbronzato" Presidente Americano abbia problemi più concreti ed immediati di quello che accade a Roma ?
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Chiacchiere svagate di un (ex)consulente perditempo
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