*** The Brugnols ***

lunedì, novembre 09, 2009

MANIFESTO TRATTISTA

Nel “Tratto” noi esprimiamo il gesto più semplice, alla portata di tutti, primitivo, perciò antintellettuale.

La rozzezza e l’espressività esasperata indicano su quali punti si arrocca il nostro dialogo col mondo insonnolito dell’arte e con la società. Aborriamo qualsiasi forma di gerarchia ed è perciò difficile pensare a degli adepti seri e coscienziosi, ricercatori coerenti e raffinati.

Tale è il nostro linguaggio: arcaico, così, in modo semplice, crediamo di esaltare i colori. Nelle opere non ha alcun significato la competizione, la loro struttura compositiva si rivela estremamente popolare ed esaltante.

Il “Tratto” è il nostro rifiuto ad affiancarci al mondo della cultura ufficiale. È l’antidoto alla ubriacatura del pubblico comune, che è vittima della sottocultura alimentata dalla mancanza di informazione e dall’ostruzionismo culturale perpetrato dai burocrati dell’arte per accumulare potere, o soprattutto per la loro incapacità di riallacciare le teorie dell’arte al mondo del lavoro e alla vita sociale, facendo degli artisti, che a loro si assoggettano, degli antisociali nella vita, e del pubblico una massa di emarginati nell’arte.

Questa è l’evoluzione dialettica che domina tutta la storiografia dell’arte, che ricorda lo sviluppo degli eventi umani, dove le nuove teorie vengono approvate e legalizzate solo quando, svuotate del loro contenuto innovativo, restano soltanto forma, o entrano nel costume non più come novità, messaggio, spinta, ma come bisogno elementare insopprimibile. Con il “Tratto” semplice, immediato, “privo di cultura”, vogliamo cancellare “l’arte colta e sofisticata, il professionista geniale, il Maestro”, e con lui cancellare quell’aura magica e irreale di cui è circondato. Vogliamo che il Trattismo divenga l’arte di chi non ha mai compreso l’arte, divenga l’arte degli emarginati, dei vagabondi, degli alienati, e di tutti quelli ai quali è stato insegnato che non potevano dipingere perché non sapevano disegnare, perché non erano abbastanza acculturati da poter fare quello che un’élite scaltra professa ormai da un secolo.

Divenga l’arte di tutti questi. Vogliamo che chi ha rapinato il gusto lo restituisca alla gente, e soprattutto a quella porzione d’umanità emarginata, più fantasiosa e feconda, che ha dato in passato uomini della mole di Caravaggio, Vermeer, Van Gogh, Gauguin, Modigliani, Pollock, che i critici loro contemporanei hanno ritenuto opportuno ignorare. Vogliamo che l’arte, lo spettacolo, la satira, la commedia, il costume, coincidano in un unico lacerante grido di rivolta, nel quale la miseria affondi le proprie radici e trovi la propria espressività in un rituale primitivo e inconscio, che sconfina nella magia. Nasce così l’amore per ciò che è primitivo, pagano, nomade. Nasce così la nostra solidarietà per i gruppi umani, per le società primitive, di cui la moderna tecnologia ha sancito la degradazione e l’estinzione. Prima di noi sono stati Trattisti: gli Indiani d’America, i popoli Africani, gli aborigeni Australiani, i popoli della Protostoria Andina.

Marco Fioramanti

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arte, neofuturismo


domenica, novembre 08, 2009

Ieri sera, in un vernissage, chiacchierando sulla pittura in Italia dagli anni Sessanta in poi, ho notato con altri artisti, l'alternanza tra momenti "freddi", in cui domina il concettuale, e momenti "caldi", in cui trionfa il primato del colore e della rappresentazione.

Negli anni Settanta, dominava il concettuale, con il trionfo dell'Arte Povera. Negli anni Ottanta, nella Milano da Bere, vi fu un forte rilancio della pittura pura.

Gli anni Novanta, ritornò predominante l'Arte fredda ed intellettuale. In questi giorni, il riflusso.

Prova ne è quanto è accaduto nel premio Cairo. Non voglio entrare nelle polemiche o accodarmi al carro di chi vorrebbe bruciare il concettuale in pubblica piazza.

Semplicemente ritengo che il Concettuale, per aver senso, deve dichiarare idee forti, capaci di marchiare mente ed anima. Senza di queste, ripetendo concetti banali, diviene chiacchiericcio, inosservato ai più.

Non può esistere il Concettuale senza un pensiero forte che lo sostenga. E finchè non rinasce nella Società, questa Arte rischia di ridursi a gioco e decorazione.

L'altro indizio è quanto sta accadendo nelle mostre, proposte dalle gallerie emergenti come  ad esempio New Ars Italica.

Il ritorno alla Pittura, nelle sue declinazioni, anche più innovative, utilizzando il mouse invece che il pennello, non è occasione di riprendere una banale figurazione, ma di oltre questa.

La Tecnica, la rappresentazione, non sono fini, ma strumenti per cui l'artista riflette su di sè e sulla sua posizione del mondo.

Riprende il suo ruolo centrale di Esploratore dell'Essere, piuttosto che quello di megafono di triti slogan

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arte, neofuturismo


lunedì, novembre 02, 2009

Nell’arco breve del primo Novecento, sull’orlo entusiasta della modernità, divampò uno straordinario incendio nell’arte e nella letteratura, nel pensiero e nelle ideologie, che presto si propagò nella vita dei popoli e nella storia mondiale. Superato l’umor lieve della belle époque, smaltiti i fatui ninnoli del salotto di Nonna Speranza e spenti gli ultimi lasciti dell’Ottocento, ma finiti anche gli euforici balli Excelsior in onore della modernità e della tecnica trionfante, una corrente elettrizza la società e contagia in breve tempo tutte le forme espressive, fino a diventare movimento di massa. Il suo epicentro è l’Italia, l’asse tra Firenze e Milano in particolare; ma si apre un’officina destinata a infuocare tutto il Novecento e il pianeta. Come definire quel periodo breve e intenso di cui si avvertirono gli effetti e si scontarono le conseguenze per tutto il Novecento e anche oltre? Anni incendiari, direi.

Uso la parola incendio non a caso. Si potrebbe far la storia di quegli anni, dico la storia dell’arte, della letteratura ma anche la storia civile, avendo come filo conduttore i titoli di libri, i proclami, i discorsi, perfino le testate di riviste, che alludono alla fiamma, al fuoco, all’incendio, all’ardere, al bruciare. È il fuoco la metafora e insieme l’allegoria più viva di uno stato d’animo e di una situazione. Il sogno di un futuro nuovo fiammante dopo aver messo a ferro e fuoco il passato e il presente; le utopie fiammeggianti, i falò di libri e di cose antiche, la linea del fuoco nelle trincee, le focose passioni erotiche e politiche, il sacro fuoco dell’ispirazione, la fiamma come simbolo dei combattenti, le fiaccolate, le sigarette accese e penzolanti dalle labbra per il riposo del guerriero...

Il precursore di questa piromania artistico-letteraria fu d’Annunzio che aveva scritto Il fuoco, e che all’ardere e agli arditi, alle fiamme, le fiaccole e le faville, aveva dedicato pagine, poesie, discorsi e fiumi di parole. Ma alla scintilla si era rifatto pure Lenin battezzando così il suo giornale - Iskra - che precede la rivoluzione russa; e tutta la modernità sembrava nascere dal fuoco, messa a fuoco, punto focale: lenti, lastre, dinamo, bombe, bengala, fotografie, flash col botto, ciminiere, fuochisti, pietre focaie, motori a scoppio...
Il fuoco come illuminazione, come ardore, come purificazione del mondo, il fuoco come espressione di un’ispirazione artistica, una passione storica, una promessa di rinnovamento. A giudicare da alcuni effetti tragici di quella passione focosa si può forse dire che in quegli anni cercarono un paradiso fiammeggiante, ma non s’accorsero che col fuoco si propizia l’avvento dell’inferno. Le fiamme sono di casa lì, più che in paradiso. Si addicono ai dannati più che ai beati.

Non fu tanto l’esordio del nuovo secolo a generare questo choc, i primissimi anni dopo lo scoccare del ’900, quanto il decennio che ne seguì, dopo l’ebbrezza per le scoperte scientifiche e lo sgomento per il piccolo mondo antico che finiva. Ma fu solo dopo i primi anni, quando esplose nel febbraio del 1909 il futurismo che una miccia si accese e raggiunse presto i serbatoi di una società vogliosa di scatenare gli assoluti in terra, tramite l’arte, il pensiero, la parola, e poi la lotta, la guerra e la rivoluzione. Gli assoluti terrestri, direbbe Popper, ovvero i paradisi in terra.

Impensabile ai nostri occhi smagati del presente, quel clima e quella sete di assoluto riversata nell’arte, nella vita e nella storia. Ma impensabile anche la precoce età di quei protagonisti, ragazzi quasi tutti sotto i trent’anni come non vediamo ormai da un pezzo. Il secolo della giovinezza, cominciato allora, a cavallo delle rivoluzioni e delle guerre, dopo il Sessantotto finì negli anni di piombo. Uscita da quel tunnel, la storia andò all’ospizio e trionfò de senectute, una società grigia, anziana. La gioventù s’allarga, l’età media si allunga, spariscono i giovani, depositari d’avvenire.
Quel decennio non fu solo un laboratorio degli anni che verranno, ma fu anche il cimitero del futuro, l’arco in cui si bruciarono in anticipo sulla vita e sulla storia del secolo i serbatoi di speranza e i sogni d’avvenire che si spargeranno poi in tutto il Novecento. L’uomo nuovo, il mondo nuovo e l’ordine nuovo nacquero in quegli anni e il secolo che ne seguì fu l’apoteosi e l’agonia di quel novismo, il suo trionfo e la sua catastrofe.

«E vengano dunque, gli allegri incendiari dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!... Suvvia date fuoco agli scaffali delle biblioteche». È il primo fuoco appiccato in quel decennio: fu il Manifesto del Futurismo, di F. T. Marinetti.

A Milano presso le edizioni di Poesia di Marinetti, Aldo Palazzeschi, allora futurista, pubblica nel 1910 L’Incendiario, raccolta irriverente di poesie che mettono a ferro e fuoco il mondo anche se si aprono con l’apologia del maremoto, che a così breve distanza dalla tragedia di Messina e Reggio Calabria, era davvero una pessima ironia. Ma il suo non è il titolo di un libro, piuttosto è l’incipit di un’epoca, il programma di un generazione. «Uomini che avete orrore del fuoco, / poveri esseri di paglia!» scrive Palazzeschi che si definisce «povero incendiario mancato, incendiario da poesia. Ogni verso che scrivo è un incendio». «Sali o carbone, in fiammeggianti pire» gli fa eco un altro poeta futurista, Luciano Folgore nel Canto dei Motori del 1912, che è tutto un elogio del carbone e della combustione.

Prima del futurismo altri piromani avevano cominciato ad incendiare la letteratura italiana: Papini, Soffici e Prezzolini già dagli albori del Novecento si erano cimentati nell’impresa; ma in quegli anni produssero con libri, riviste e massacri, gli effetti visibili del loro talento focoso. Altri più densi incendi si appiccheranno nella poesia italiana con il Poeta pazzo, Dino Campana e i suoi sconvolgenti Canti Orfici usciti nel 1914. Fu un vero incendio nella letteratura, e per uno strano gioco del destino la prima edizione di quella raccolta, naturalmente poco compresa, finì in larga parte in un falò per riscaldare i soldati inglesi sull’appennino durante la guerra. Un falò, forse il primo rogo librario del Novecento, ma degna conclusione di un libro sulfureo, dedicato ad Orfeo. Un libro incendiario, che fece una fine adeguata, vorrei dire omeopatica.

Veneziani

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neofuturismo

Come ogni mostra di rottura, per la Danza di De Broglie non sono mancate polemiche. La maggior parte han riguardato le opere di Prizzon.

Nel dialogo sulla mostra che ebbi, l'intervistatrice espresse il suo poco apprezzamento per la sua ricerca fotografica. Critiche che fecero riflettere Prizzon su alcuni aspetti della sua arte e lo portarono a rispondere in maniera elegante e pacata.

Riporto di seguito le sue parole

Scrivevo nel mio stato di ieri notte: "Qualcuno sembra aver detto di me che congelo tutto in silenzio di morte. Mi pare sia Roger Rabbit: Possibile?"

Naturalmente sapevo benissimo che non si trattava di Roger Rabbit e neppure di Donald Duck come qualcuno suggeriva.

Si trattava in realtà di Ragged Robin, che non ho il piacere di conoscere personalmente ma solo tramite Alessio Brugnoli, che conosco bene e che la bellissima Ragged Robin ha intervistato a proposito della mostra "La Danza di De Broglie" nella quale sono esposte quattro mie foto: è proprio riferendosi a queste che l'affascinante intervistatrice ha scritto: "Prizzon congela tutto in un silenzio di morte".

A scanso di equivoci dico subito che non sono in alcun modo offeso: chi pensa che il suo lavoro debba piacere a tutti finirà per non piacere a nessuno. Quindi meglio che ci sia anche chi non mi apprezza, perchè viviamo in un mondo fatto di dualità e senza chi non apprezza non ci potrebbe essere neppure chi apprezza.

A dimostrazione di ciò, ho chiesto l'amicizia a Ragged Robin e spero che me la dia anche per poterci confrontare direttamente (e con serena passione) su temi che mi stanno particolarmente a cuore, come ad esempio la ricerca espressiva in fotografia.

Detto questo desider fare qualche precisazione giusto per dire come la penso.

Secondo Ragged Robin congelo. Non posso dire che non sia vero. Cosa è infatti il congelamento? E' il passaggio da uno stato fluido (liquido) a uno stato solido.

E' proprio quello che fa la fotografia: attraverso l'occhio del fotografo (il suo "punto di vista" quindi) e lo strumento tecnico ed espressivo che utilizza (la fotocamera) "solidifica" per così dire un frammento del fluido scorrere della vita trasfigurandolo e creando così una nuova realtà, anche fisica. Che è proprio la fotografia, la quale trova (per me) la sua espressione definitiva solo nel manufatto: la stampa quindi.

Grazie quindi a a Ragged Robin per avermi cdato lo spunto per proporre a tutti questa precisazione / riflessione.

Sempre secondo Ragged Robin "Prizzon congela tutto in silenzio, ecc". A questo proposito, in tempi non sospetti (cioè ben oltre un anno) fa avevo pubblicato due post nel mio blog (che sto colpevolmente trascurando da mesi): uno era intitolato proprio "Silenzio!" (per leggere:
http://blog.massimoprizzon.it/2008/07/20/silenzio); l'altro ancora più specificamente recitava "La fotografia e il silenzio" (per leggere: http://blog.massimoprizzon.it/2008/06/11/la-fotografia-e-il-silenzio).

Per non annoiare troppo rimando quindi a quei due brevi scritti chi ha voglia di sapere perchè a mio modo di vedere la relazione tra fotografai e silenzio è strettissima e necessaria. E come la mia fototografia sia in effetti una fotografia che cerca il silenzio.

Devo quindi un secondo grazie a Ragged Robin: senza il suo stimolo, forse non sarei ritornato su questo tema al quale tengo invece moltissimo.

Infine la morte. O meglio il silenzio di morte. Su questo punto mi sento di essere un po' più critico (amabilmente e senza astio) nei confronti di Ragged Robin che afferma anche che nella mia fotografia ci sarebbe "il rifiuto della carnalità che storicamente ha sempre rappresentato una pulsione verso la morte".

Soggettivamente posso dire che nel mio lavoro non sento alcun rifiuto della carnalità: semplicemente le foto esposte alla "Danza di De Broglie" rappresentano uno dei miei filoni di ricerca sul nudo, che in questo caso sì, è reso astratto ma a mio avviso non privo di carnalità.

Ma su questo si può certamente discutere e accetto senza difficoltà l'opinione di Ragged Robin. E' piuttosto quando lei parla di pulsione verso la morte che siamo assai distanti.

In realtà la morte è un evento della vita come la nascita: la morte è vita. E' solo chi teme questo passaggio che ne vede il lato apparentemente osceno, cioè quello del disfacimento del corpo fisico.

Che altro non è se non una sublime dimostrazione della perfezione e della bellezza della vita: il nostro corpo ritorna ad appartenere alla terra, vorrei dire alla Madre Terra, per consentire alla vita di continuare il suo ciclo. Quindi noi eravamo e continuiamo a essere - anche nella nostra natura fisica - sia prima della nsotra nascita che dopo la nostra morte fisica.

Che legame c'è, mi domando fra questo straordinario evento e il silenzio, se non un legame di straordinaria forza espressiva e vitale?

Carissima Ragged Robin, sarei contento di poterne parlare con te, magari insieme ad Alessio: spero di trovare presto un messaggio che mi dice che hai accettato la mia amicizia. La discussione su Rotella e sulle mie foto delle superfici murali la lascerei ad altra occasione per non annoiare nessuno (tanto meno me stesso).

Purtroppo, il dialogo pacato non avvenne... Ma questa è narrato nella prossima puntata...

postato da alessiobrugnoli alle 23:03 | link | commenti (2)
arte, neofuturismo


domenica, novembre 01, 2009

L'intervista che concessi durante la mostra Danza di De Broglie ad una giornalista milanese, con cui come si potrà capire, in passato fui legato

Perchè ?

Ti ho incontrata ? Per vanità, sai che mi piace mettermi in mostra. Oppure perchè considero la mostra più importante di ogni rancore. O forse perchè...

No, dicevo della mostra

La voglia di mettermi alla prova, di vedere se nella vita ero capace di far qualcosa di diverso dal mio solito. Tutto qui Danza di De Broglie, certo non ti manca mai l'originalitàLo spiegato troppe volte, dai comunicati stampa alla presentazione in galleria... Magari con i miei difetti. Sai che sono stato definito,
con un sorriso dado Knorr, per il voler dir troppo in poche parole. Essere esageratamente laconico e concentrato

Sei semplicemente timido e odi parlare in pubblico. E sospetto che non vedevi l'ora che il tuo intervento finisse.

Probabile

Una cosa che mi ha sempre ha sempre colpito, da quando ti conosco, è quanto ti affascina la dualità. A volte in te vivono due persone differenti, antitetiche, eppure che si completano a vicenda.

Trovando una sintesi superiore, più che un compromesso. Mi ha sempre affascinato Nicola Cusano, con la sua coincidentia oppositorum. Forse hai ragione, la mostra come è concepita non è che uno specchio di ciò che sono.Ma in generale, non vale lo stesso per ogni gesto delle nostre vite ?

Come è nata l'idea ?

Per caso. Un'amicizia comune, Paola ha messo in contatto me e Kristina, la gallerista. Parlando han provato a buttar giù un progetto assieme.

Con ottimi risultati

Grazie. Il parto è stato lungo e travagliato. All'inizio doveva essere una delle tante celebrazioni del Centenario del Futurismo. Già caduto nel dimenticatoio.Un prolungamento di Ferrara

Poi qualcuno ti ha scomunicato

Non diamogli più spazio di quello che merita. Guarda, con il senno di poi, la rottura è stata una fortuna. Per quieto vivere, avrei dovuto assecondarlo.

Non dico che mi avrebbe costretto ad esporre del ciarpame, però avrebbe ristretto di molto l'ambito della ricerca, non comprendendo come la bellezza sia connessa alla varietà.

Invece così sono stato libero. Ho dato spazio ad una polifonia di voci e ho costruito un evento basato non su un'occasione transitoria, ma su una riflessione filosofica, su cosa è veramente Reale e cosa è
Virtuale.

Essere ed Esistere, declinato in chiave contemporanea

Già

Altro dramma quello dello sponsor

Dramma per modo di dire, perchè alla fine, l'evento è riuscito lo stesso. Peggio per quella talpa del capo della comunicazione che si è perso una bella occasione per farsi pubblicità

Se fossi Kristina, raccoglierei tutto il materiale relativo alla mostra, spedendoglielo accompagnato con una lettera con sopra scritto a lettere cubitale idiota

La diplomazia è sempre il tuo forte

Chi nasce tondo non può morir quadro. Sai che sono vendicativo

Un piatto da gustar freddo

Antico proverbio Klingon. Però su parliamo degli artisti, sono loro in finale i veri protagonisti, mica io

Prizzon. Perchè ? E' monotono

Sul monotono io ci andrei piano. Non penso tu conosca tutta la sua opera per sparare giudizi. Hai visto solo due suoi filoni di ricerca.

Detto questo, nell'arte esistono due grandi categorie: ricci e volpi

Citi Archiloco

Sì, il verso

la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande

che diede anche titolo ad saggio di Isaiah Berlin. Le volpi esplorano ogni aspetto del reale

Come la Liuzzi

Assolutamente, mentre il riccio si concentra in profondità su pochi temi scendendone dell'abisso

E che c'è di profondo nel congelare quello che ha fatto meglio Rotella ?

Il discorso è totalmente diverso. Rotella esplora il divenire, il tempo che scava la forma e la distrugge

Prizzon congela tutto in silenzio di morte

No, identifica archetipi platonici, in un'armonia apollinea

Ed i suoi nudi

Di fatto partono sublimano qualsiasi pulsioni erotica, trasformando l'immagine in gioco intellettuale

E questo mi spaventa, il rifiuto della carnalità che storicamente ha sempre rappresentato una pulsione verso la morte. Mentre Fioramanti

Marco meriterebbe un monumento, per l'aiuto che mi ha dato in questi mesi

Indubbio, ma ho trovato le sue opere troppo cerebrali

E' una delle dualità in cui si articolava la mostra. Artisti che parlano alla mente, pensa anche alla Paiolo, altri all'anima, come per esempio la Sassanelli. Poi ti dirò, a me David e Marco mi ha commosso

Perchè ne conoscevamo le radici. Un osservatore normale, purtroppo, non ne avrebbe riconosciuto immediatamente la poesia.

E allora ? Larvato prodeo...

Vedi la Salvatori. Fa dei dei quadri colti e filosofici, eppure di gran impatto

Amori liquidi. Più lo vedo, più lo trovo un poema sulla difficoltà di amare. Di sfuggire alle proprie paure ed al proprio passato, di esser se stessi, per donarsi all'altro.

Vorremmo esser Psyche, anima e farfalla, trascinati nella danza da Eros, invece... Troppe catene ci legano

Bello è anche il Tempo ed Oltre, però, ho trovato il titolo troppo esplicito, avrei preferito qualcosa di molto più allusivo.Però, nelle sue figure trovo un che di michelangiolesco, come nell'installazione di Fresu

Che grande soddisfazione avere Ignazio. Lo conobbi tramite Roberto Malfatti, il vero papà del blog arte e artisti, io non sono che il gestore temporaneo, che mi ha insegnato tanto dal punto di vista della sensibilità artistica.

Dici bene, nel definirlo michelangiolesco. La sua scultura è il riproporsi del tentativo umano di dar senso alla materia.

Me lo immaginavo sempre affannato nel suo laboratorio, come Efesto nella sua fucina

Le opere piccole della Mastrangelo mi son veramente piaciute, però...

Svelata e Respiro son poesie, quasi d'Ungaretti.

Sono gridi malinconici di dolore, di scarne parole. Conigliaro invece, non so, non riesce a ferirmi. Mi scorre addosso, come acqua su un sasso.. Cosa che non fa la Liuzzi

Le sue son foto paradossali e stranianti,nel senso migliore del termine. Rappresentano il mondo che vediamo accanto a noi, con i suoi paradossi e con quei colori innaturali, quei lampi di luce, le grandi nubi, permettono di gettar uno sguardo su ciò che è oltre

Come viaggiare nelle vie dei canti degli aborigeni australiani. La Terra conserva l'impronta degli eroi del Tempo del sogno , che l'hanno modellata camminando e hanno generato tutte le cose

Mi sono innamorata anche del suo allestimento. Essenziale, semplice che richiama la sua vita quotidiana, quasi uno schiaffo agli artisti troppo pretenziosi

Prezioso è il suo dialogo con i colori di Perich


Anton è stato anche lui uno dei punti di forza della mostra. Di fatto con l'esperienza della Paint Machine sintetizza tutto il dibattito di cosa può essere l'arte ai tempi della riproducibilità

Ma quale senso ha senza fatica, impegno, tecnica

Altro polo dialettico della mostra. Confronta Kristina di Perich con Insomnia di Daniela Montanari

Matita colorata su tavola, impressionante.

Però l'opera di Daniela è un altro punto focale di riflessione della mostra, l'esplorazione del reale che genera il suo oppostoL'iperrealismo incide nella carne epigrammi sul peso di vivere

Ciò che fa anche la Sassanelli, c'è il Dittico che è impressionante

A me ricorda molto Bacon, ad altri Frida, ma indipendentemente dai paragoni, Antonella, come la Montanari e la Mastrangelo è una dei pochi artisti che esplorano il senso del tragico, in una società, come
la nostra che si illude di vivere in un'eterna adolescenza, timorosa di sentimenti forti, capaci di rompere il suo guscio di plastica

Altrettanto dotto della Salvatori mi pare Max Papeschi.

Sì, Max è, in senso positivo, un pittore colto che padroneggia parecchi secoli di iconorafia dell'Arte Occidentale e come bisturi per incidere le nostre contraddizioni

Si può a volte non essere d'accordo con le sue provocazioni, ma queste non sono mai gratuite. Max è uno degli ultimi, inquieti maestri del sospetto che gridano nel nostro deserto conformista

Lo stesso ruolo che tiene Kurtz

Il suo riferimento culturale però non è la Pop Art, come Papeschi, ma il Futurismo

Cambiano le forme, ma il filo rosso, l'energia contestaria contro il sistema rimane la stessa.

E pensa a Schifano...

Però peccato per il piccolo formato C'è un legame tra l'installazione di D'Angelo e quelle di Fresu ?

Sempre la dualità

Perchè ridi ?

Sembro quel cattivo di Batman, Due Facce. Comincerò a giochicchiare con un penny sfregiato

Ti vedrei più come l'Enigmista

Facendo il serio, se Ignazio rende virtuale il reale, donando alla pietra una proprietà che non gli appartiene, la leggerezza, Pietro fa esattamente il contrario, rende reale un insieme di pixel, il Supermario

E lo fa con notevole perizia ed ironia, esplorando i nostri sogni

Tarantino ? Son veramente belli i suoi quadri informali

Ho lo strana sensazione guardandoli, di trovarmi dinanzi ad uno specchio. I colori vivi, sporcati dal bitume. E l'energie, le ambizioni di un tempo che lentamente muoiono.

La tentazione di lasciarsi andare. Ma la testardaggine di tirare avanti. Come diceva un antico rabbino,Siamo condannati a non finire tutte le cose, ma non possiamo lasciarle a metà

L'unica soluzione è la leggerezza. Dar la giusta importanza ad ogni cosa, ma sapersene liberare, con il sorriso con le labbra

Splendida è la Gianetti

La sua foto è di ambigua eleganza, reintepretando con ironia il ritratto barocco

Un'opera aperta che gioca ironicamente con la molteplicità dei significati

Poi c'è Dorian Rex. La sua composizione fa male, scava dentro

Perché, mi son sovente domandato
scegli sì spesso a oggetto di pittura
la morte, la caducità, la tomba?

E' perché, per vivere in eterno
bisogna spesso abbandonarsi alla morte.


Così diceva Friedrich. Lo stesso vale per le figure eroiche di Dorian

Ma con un senso diverso rispetto a Prizzon. Non fame di nulla, ma attesa dell'ultimo viaggio

Non son convinto del paragone, ma hai detto giusto Dorian crea da forma contemporanea alle eroine di Euripide

L'arte come rompere la rete del Fato che ci avvolge nel mondo

postato da alessiobrugnoli alle 22:05 | link | commenti (8)
arte, dialoghi, neofuturismo

Dinanzi ad una crisi, si può reagire in due modi: o con il piagnisteo, oppure cercando nuove idee e soluzioni.

Milano purtroppo non riesce a perseguire la seconda strada, persa in deserto di pensiero ed azione.

Penso alla sua difficoltà a ridefinirsi come spazio urbano. L'utilizzo passatista delle Archistar non è una soluzione, ma un sintomo del male.

Perchè queste, omologando, indifferenti al contesto, rappresentano la misura dell'insicurezza: rendersi come gli altri, invece che affermare la propria identità.

Confondersi nella massa, invece che cercare una specifica via verso il futuro.

O la questione Expo, con l'incapacità meneghina di proporre simboli forti ed immaginifici. E che meschina figura si fa con le capanne di frasche ed ecocompatibili nei confronti di una Roma che ha l'ambizione di realizzare l'arco di Libera.

O in piccolo quanto sta accadendo per le celebrazioni della caduta del Muro di Berlino.

A Roma, sorgerà a piazza a Piazza Marconi the Awakening, la colossale installazione di Seward Johnson.

O la replica dell'installazione che fece Marco Fioramanti dinanzi al Muro

Invece Milano continua ad affogare nel suo torpore

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roma, arte, neofuturismo


martedì, settembre 08, 2009

Dopo qualche mese di scomunica dal Futurismo Ferrarese, c'è sempre qualche amico artista o intellettuale che, dopo i convenevoli di rito e le risate sulla forma pedestre ed illeggibile dell'anatema, mi domanda come sia cambiata la mia vita ed attività intellettuale.

Io scuoto le spalle e rispondo come tutto sia rimasto uguale, lasciando delusi coloro che volevano vedermi come un martire. Le mie riflessioni e ricerche continuano, senza alcuna censura. Sono stato invitato ad eventi e conferenze sul Futurismo, con i curatori che si sono altamente fregati della mia pubblica condanna.

E l'organizzazione della mostra di Ottobre procede senza intoppi, nonostante le millantate minacce di boicottaggio.

Di fatto la scomunica è stata un gesto più roboante che utile, con l'unico effetto di privare gli autori dell'occasione di partecipare a tante iniziative colturali che avrebbero dato loro visibilità e permesso di uscire dal provincialismo a cui si son condannati, facendosi attorno terra bruciata.

Il motivo di questo fallimento è semplice: una scomunica, una condanna intellettuale e parlo trascendendo un minimo dal mio caso personale, per essere efficace, presuppone che l'autore sia credibile ed autorevole.

E questi attributi non si ottengono, scrivendo libri a iosa, ma semplicemente proponendo idee forti e comprensibili. Se non lo fai, nessuno ti si fila o ti prende sul serio

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neofuturismo


lunedì, settembre 07, 2009

Uscire dalla galleria New Ars Italica, dopo aver fatto il punto sulla mostra che sto organizzando per i primi d'ottobre.

Due passi per via de Amicis, ricordando il suo antico nome. Via della Vittoria, ottenuta in quel luogo da Azzone Visconti contro Ludovico il Bavaro, il quale ambiva ad impadronirsi dei mulini milanesi che si affacciavano in quello che una volta era un tratto del Naviglio.

A metà via, un vicolo senza nome, dall'accesso protetto con le colonnine di granito bianco. Si intrufola tra le case, di cui una convento di Orsoline, affamato di cielo e di sole, sbucando in via Lanzone, il nobile che morì di fame nel 1042, prigioniero nella torre dei Moriggi, per aver intrigato contro l'arcivescovo Ariberto.

La chiesa di Sant'Agostino, accanto alla casa milanese del Petrarca. Un portale barocca ed improvvisa la basilica di Sant'Ambrogio

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arte, chiacchiere, neofuturismo


mercoledì, settembre 02, 2009

Manifesto Prospera

Siamo manager e professionisti italiani e desideriamo aiutare il nostro Paese ad avere speranza nel futuro e alla sua crescita.

La pesante  crisi mondiale che stiamo vivendo ci induce a riflettere su come il nostro lavoro di ogni giorno si intreccia col nostro ruolo di cittadini e ci fa ricordare come non  possa esistere il benessere individuale disgiunto dal benessere collettivo.

Siamo consapevoli che mentre facciamo bene il nostro lavoro, la nostra responsabilità deve contribuire a generare benessere economico-sociale per il Paese, con l'obiettivo di contribuire per un futuro migliore.

Per farlo, occorre abbandonare le logiche di settore e di parte e ribadire la priorità all’etica nelle nostre azioni  quotidiane, ossia dobbiamo ritornare ad essere dirigenti responsabili a tutto tondo, cercando sempre e costantemente di creare valori etici per i nostri collaboratori, per le nostre aziende, per l'Italia.

Riteniamo che il domani passerà da una visione ampia dei doveri e pertanto desideriamo lanciare un ponte verso il futuro, un ponte solidale tra le generazioni sul quale indirizzare i giovani mettendo a loro disposizione le nostre esperienze, le competenze, i risultati.

Ci impegniamo a offrire un ambiente dove tutti possano identificarsi, dove abbiano spazio idee, passione, voglia di costruire e dove la parola speranza sia stimolo e non illusione. Organizzazioni dove ciascuno sia partecipe, dove trovino spazio il sorriso, l'ottimismo del fare, la voglia di comunicare proprio quando le proposte sono differenti e dove i rapporti interpersonali siano improntati alla trasparenza,  alla correttezza e alla onestà intellettuale.

Ci impegniamo a conoscere e ascoltare gli altri perché riteniamo che sia l’unico modo per fare evolvere noi stessi e la società, perché è fondamentale comprendere e valorizzare il contributo professionale di ognuno  come arricchimento complessivo e corale nel rispetto delle singole scelte di vita.

Ci impegniamo affinché nelle Aziende italiane, nelle Università e in tutti i contesti sociali, il merito inteso come capacità professionale, etica nei comportamenti e disponibilità a coinvolgersi con gli altri, sia l'elemento primario per la valorizzazione professionale, superando le appartenenze di genere, di classe, di condizione economica.

Siamo convinti che solo in tal modo si affermi il valore della dignità dell’individuo nella sua dimensione lavorativa e sociale.

Ci impegniamo sui due principali temi che riteniamo fondanti per costruire futuro: la Formazione e l’Innovazione

Per creare il necessario collegamento ”intimo” tra Università , società civile e mondo del lavoro e per aiutare e accompagnare i giovani nel loro ingresso alla società produttiva.

Lanciamo infine la sfida  di  consegnare alle nuove generazioni ed al nostro futuro un modello produttivo-sociale dove sia possibile costruire una crescita distribuita, equa e globalmente sostenibile, e compatibile con la più alta rapidità e velocità oggi necessarie alla competizione dei sistemi economici.

Insieme si costruirà il futuro migliore.

By Movimento Prospera

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giovedì, agosto 27, 2009

Il Giovane Holden mi annoiava e tanto; perciò potete immaginare con quanto entusiasmo segua la vicenda del seguito non autorizzato di Colting, esempio del peggiore postmoderno che sostituisce al creazione la citazione ed il gioco metaletterario

Però, benchè lo svedese debba far un monumento al misogino di Cornish, non me la sento di dar ragione a Salinger. Un romanzo è sempre un'opera aperta che vive al di là del suo autore e delle sue intenzioni, creando una mitologia.

Negarlo, è castrare il suo divenire. E' come tagliare tutti i rami giovani di un antico albero.

postato da alessiobrugnoli alle 13:20 | link | commenti (1)
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Chiacchiere svagate di un (ex)consulente perditempo