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*** The Brugnols ***
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lunedì, novembre 09, 2009
MANIFESTO TRATTISTA Nel “Tratto” noi esprimiamo il gesto più semplice, alla portata di tutti, primitivo, perciò antintellettuale. La rozzezza e l’espressività esasperata indicano su quali punti si arrocca il nostro dialogo col mondo insonnolito dell’arte e con la società. Aborriamo qualsiasi forma di gerarchia ed è perciò difficile pensare a degli adepti seri e coscienziosi, ricercatori coerenti e raffinati. Tale è il nostro linguaggio: arcaico, così, in modo semplice, crediamo di esaltare i colori. Nelle opere non ha alcun significato la competizione, la loro struttura compositiva si rivela estremamente popolare ed esaltante. Il “Tratto” è il nostro rifiuto ad affiancarci al mondo della cultura ufficiale. È l’antidoto alla ubriacatura del pubblico comune, che è vittima della sottocultura alimentata dalla mancanza di informazione e dall’ostruzionismo culturale perpetrato dai burocrati dell’arte per accumulare potere, o soprattutto per la loro incapacità di riallacciare le teorie dell’arte al mondo del lavoro e alla vita sociale, facendo degli artisti, che a loro si assoggettano, degli antisociali nella vita, e del pubblico una massa di emarginati nell’arte. Questa è l’evoluzione dialettica che domina tutta la storiografia dell’arte, che ricorda lo sviluppo degli eventi umani, dove le nuove teorie vengono approvate e legalizzate solo quando, svuotate del loro contenuto innovativo, restano soltanto forma, o entrano nel costume non più come novità, messaggio, spinta, ma come bisogno elementare insopprimibile. Con il “Tratto” semplice, immediato, “privo di cultura”, vogliamo cancellare “l’arte colta e sofisticata, il professionista geniale, il Maestro”, e con lui cancellare quell’aura magica e irreale di cui è circondato. Vogliamo che il Trattismo divenga l’arte di chi non ha mai compreso l’arte, divenga l’arte degli emarginati, dei vagabondi, degli alienati, e di tutti quelli ai quali è stato insegnato che non potevano dipingere perché non sapevano disegnare, perché non erano abbastanza acculturati da poter fare quello che un’élite scaltra professa ormai da un secolo. Divenga l’arte di tutti questi. Vogliamo che chi ha rapinato il gusto lo restituisca alla gente, e soprattutto a quella porzione d’umanità emarginata, più fantasiosa e feconda, che ha dato in passato uomini della mole di Caravaggio, Vermeer, Van Gogh, Gauguin, Modigliani, Pollock, che i critici loro contemporanei hanno ritenuto opportuno ignorare. Vogliamo che l’arte, lo spettacolo, la satira, la commedia, il costume, coincidano in un unico lacerante grido di rivolta, nel quale la miseria affondi le proprie radici e trovi la propria espressività in un rituale primitivo e inconscio, che sconfina nella magia. Nasce così l’amore per ciò che è primitivo, pagano, nomade. Nasce così la nostra solidarietà per i gruppi umani, per le società primitive, di cui la moderna tecnologia ha sancito la degradazione e l’estinzione. Prima di noi sono stati Trattisti: gli Indiani d’America, i popoli Africani, gli aborigeni Australiani, i popoli della Protostoria Andina. Marco Fioramanti domenica, novembre 08, 2009
Ieri sera, in un vernissage, chiacchierando sulla pittura in Italia dagli anni Sessanta in poi, ho notato con altri artisti, l'alternanza tra momenti "freddi", in cui domina il concettuale, e momenti "caldi", in cui trionfa il primato del colore e della rappresentazione. Negli anni Settanta, dominava il concettuale, con il trionfo dell'Arte Povera. Negli anni Ottanta, nella Milano da Bere, vi fu un forte rilancio della pittura pura. Gli anni Novanta, ritornò predominante l'Arte fredda ed intellettuale. In questi giorni, il riflusso. Prova ne è quanto è accaduto nel premio Cairo. Non voglio entrare nelle polemiche o accodarmi al carro di chi vorrebbe bruciare il concettuale in pubblica piazza. Semplicemente ritengo che il Concettuale, per aver senso, deve dichiarare idee forti, capaci di marchiare mente ed anima. Senza di queste, ripetendo concetti banali, diviene chiacchiericcio, inosservato ai più. Non può esistere il Concettuale senza un pensiero forte che lo sostenga. E finchè non rinasce nella Società, questa Arte rischia di ridursi a gioco e decorazione. L'altro indizio è quanto sta accadendo nelle mostre, proposte dalle gallerie emergenti come ad esempio New Ars Italica. Il ritorno alla Pittura, nelle sue declinazioni, anche più innovative, utilizzando il mouse invece che il pennello, non è occasione di riprendere una banale figurazione, ma di oltre questa. La Tecnica, la rappresentazione, non sono fini, ma strumenti per cui l'artista riflette su di sè e sulla sua posizione del mondo. Riprende il suo ruolo centrale di Esploratore dell'Essere, piuttosto che quello di megafono di triti slogan lunedì, novembre 02, 2009
Nell’arco breve del primo Novecento, sull’orlo entusiasta della modernità, divampò uno straordinario incendio nell’arte e nella letteratura, nel pensiero e nelle ideologie, che presto si propagò nella vita dei popoli e nella storia mondiale. Superato l’umor lieve della belle époque, smaltiti i fatui ninnoli del salotto di Nonna Speranza e spenti gli ultimi lasciti dell’Ottocento, ma finiti anche gli euforici balli Excelsior in onore della modernità e della tecnica trionfante, una corrente elettrizza la società e contagia in breve tempo tutte le forme espressive, fino a diventare movimento di massa. Il suo epicentro è l’Italia, l’asse tra Firenze e Milano in particolare; ma si apre un’officina destinata a infuocare tutto il Novecento e il pianeta. Come definire quel periodo breve e intenso di cui si avvertirono gli effetti e si scontarono le conseguenze per tutto il Novecento e anche oltre? Anni incendiari, direi. Uso la parola incendio non a caso. Si potrebbe far la storia di quegli anni, dico la storia dell’arte, della letteratura ma anche la storia civile, avendo come filo conduttore i titoli di libri, i proclami, i discorsi, perfino le testate di riviste, che alludono alla fiamma, al fuoco, all’incendio, all’ardere, al bruciare. È il fuoco la metafora e insieme l’allegoria più viva di uno stato d’animo e di una situazione. Il sogno di un futuro nuovo fiammante dopo aver messo a ferro e fuoco il passato e il presente; le utopie fiammeggianti, i falò di libri e di cose antiche, la linea del fuoco nelle trincee, le focose passioni erotiche e politiche, il sacro fuoco dell’ispirazione, la fiamma come simbolo dei combattenti, le fiaccolate, le sigarette accese e penzolanti dalle labbra per il riposo del guerriero... Il precursore di questa piromania artistico-letteraria fu d’Annunzio che aveva scritto Il fuoco, e che all’ardere e agli arditi, alle fiamme, le fiaccole e le faville, aveva dedicato pagine, poesie, discorsi e fiumi di parole. Ma alla scintilla si era rifatto pure Lenin battezzando così il suo giornale - Iskra - che precede la rivoluzione russa; e tutta la modernità sembrava nascere dal fuoco, messa a fuoco, punto focale: lenti, lastre, dinamo, bombe, bengala, fotografie, flash col botto, ciminiere, fuochisti, pietre focaie, motori a scoppio... Non fu tanto l’esordio del nuovo secolo a generare questo choc, i primissimi anni dopo lo scoccare del ’900, quanto il decennio che ne seguì, dopo l’ebbrezza per le scoperte scientifiche e lo sgomento per il piccolo mondo antico che finiva. Ma fu solo dopo i primi anni, quando esplose nel febbraio del 1909 il futurismo che una miccia si accese e raggiunse presto i serbatoi di una società vogliosa di scatenare gli assoluti in terra, tramite l’arte, il pensiero, la parola, e poi la lotta, la guerra e la rivoluzione. Gli assoluti terrestri, direbbe Popper, ovvero i paradisi in terra. Impensabile ai nostri occhi smagati del presente, quel clima e quella sete di assoluto riversata nell’arte, nella vita e nella storia. Ma impensabile anche la precoce età di quei protagonisti, ragazzi quasi tutti sotto i trent’anni come non vediamo ormai da un pezzo. Il secolo della giovinezza, cominciato allora, a cavallo delle rivoluzioni e delle guerre, dopo il Sessantotto finì negli anni di piombo. Uscita da quel tunnel, la storia andò all’ospizio e trionfò de senectute, una società grigia, anziana. La gioventù s’allarga, l’età media si allunga, spariscono i giovani, depositari d’avvenire. «E vengano dunque, gli allegri incendiari dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!... Suvvia date fuoco agli scaffali delle biblioteche». È il primo fuoco appiccato in quel decennio: fu il Manifesto del Futurismo, di F. T. Marinetti. A Milano presso le edizioni di Poesia di Marinetti, Aldo Palazzeschi, allora futurista, pubblica nel 1910 L’Incendiario, raccolta irriverente di poesie che mettono a ferro e fuoco il mondo anche se si aprono con l’apologia del maremoto, che a così breve distanza dalla tragedia di Messina e Reggio Calabria, era davvero una pessima ironia. Ma il suo non è il titolo di un libro, piuttosto è l’incipit di un’epoca, il programma di un generazione. «Uomini che avete orrore del fuoco, / poveri esseri di paglia!» scrive Palazzeschi che si definisce «povero incendiario mancato, incendiario da poesia. Ogni verso che scrivo è un incendio». «Sali o carbone, in fiammeggianti pire» gli fa eco un altro poeta futurista, Luciano Folgore nel Canto dei Motori del 1912, che è tutto un elogio del carbone e della combustione. Prima del futurismo altri piromani avevano cominciato ad incendiare la letteratura italiana: Papini, Soffici e Prezzolini già dagli albori del Novecento si erano cimentati nell’impresa; ma in quegli anni produssero con libri, riviste e massacri, gli effetti visibili del loro talento focoso. Altri più densi incendi si appiccheranno nella poesia italiana con il Poeta pazzo, Dino Campana e i suoi sconvolgenti Canti Orfici usciti nel 1914. Fu un vero incendio nella letteratura, e per uno strano gioco del destino la prima edizione di quella raccolta, naturalmente poco compresa, finì in larga parte in un falò per riscaldare i soldati inglesi sull’appennino durante la guerra. Un falò, forse il primo rogo librario del Novecento, ma degna conclusione di un libro sulfureo, dedicato ad Orfeo. Un libro incendiario, che fece una fine adeguata, vorrei dire omeopatica. Veneziani
Come ogni mostra di rottura, per la Danza di De Broglie non sono mancate polemiche. La maggior parte han riguardato le opere di Prizzon. Nel dialogo sulla mostra che ebbi, l'intervistatrice espresse il suo poco apprezzamento per la sua ricerca fotografica. Critiche che fecero riflettere Prizzon su alcuni aspetti della sua arte e lo portarono a rispondere in maniera elegante e pacata. Riporto di seguito le sue parole Scrivevo nel mio stato di ieri notte: "Qualcuno sembra aver detto di me che congelo tutto in silenzio di morte. Mi pare sia Roger Rabbit: Possibile?" Purtroppo, il dialogo pacato non avvenne... Ma questa è narrato nella prossima puntata... domenica, novembre 01, 2009
L'intervista che concessi durante la mostra Danza di De Broglie ad una giornalista milanese, con cui come si potrà capire, in passato fui legato Perchè ?
Dinanzi ad una crisi, si può reagire in due modi: o con il piagnisteo, oppure cercando nuove idee e soluzioni. Milano purtroppo non riesce a perseguire la seconda strada, persa in deserto di pensiero ed azione. Penso alla sua difficoltà a ridefinirsi come spazio urbano. L'utilizzo passatista delle Archistar non è una soluzione, ma un sintomo del male. Perchè queste, omologando, indifferenti al contesto, rappresentano la misura dell'insicurezza: rendersi come gli altri, invece che affermare la propria identità. Confondersi nella massa, invece che cercare una specifica via verso il futuro. O la questione Expo, con l'incapacità meneghina di proporre simboli forti ed immaginifici. E che meschina figura si fa con le capanne di frasche ed ecocompatibili nei confronti di una Roma che ha l'ambizione di realizzare l'arco di Libera. O in piccolo quanto sta accadendo per le celebrazioni della caduta del Muro di Berlino. O la replica dell'installazione che fece Marco Fioramanti dinanzi al Muro Invece Milano continua ad affogare nel suo torpore martedì, settembre 08, 2009
Dopo qualche mese di scomunica dal Futurismo Ferrarese, c'è sempre qualche amico artista o intellettuale che, dopo i convenevoli di rito e le risate sulla forma pedestre ed illeggibile dell'anatema, mi domanda come sia cambiata la mia vita ed attività intellettuale. Io scuoto le spalle e rispondo come tutto sia rimasto uguale, lasciando delusi coloro che volevano vedermi come un martire. Le mie riflessioni e ricerche continuano, senza alcuna censura. Sono stato invitato ad eventi e conferenze sul Futurismo, con i curatori che si sono altamente fregati della mia pubblica condanna. E l'organizzazione della mostra di Ottobre procede senza intoppi, nonostante le millantate minacce di boicottaggio. Di fatto la scomunica è stata un gesto più roboante che utile, con l'unico effetto di privare gli autori dell'occasione di partecipare a tante iniziative colturali che avrebbero dato loro visibilità e permesso di uscire dal provincialismo a cui si son condannati, facendosi attorno terra bruciata. Il motivo di questo fallimento è semplice: una scomunica, una condanna intellettuale e parlo trascendendo un minimo dal mio caso personale, per essere efficace, presuppone che l'autore sia credibile ed autorevole. E questi attributi non si ottengono, scrivendo libri a iosa, ma semplicemente proponendo idee forti e comprensibili. Se non lo fai, nessuno ti si fila o ti prende sul serio lunedì, settembre 07, 2009
Uscire dalla galleria New Ars Italica, dopo aver fatto il punto sulla mostra che sto organizzando per i primi d'ottobre. Due passi per via de Amicis, ricordando il suo antico nome. Via della Vittoria, ottenuta in quel luogo da Azzone Visconti contro Ludovico il Bavaro, il quale ambiva ad impadronirsi dei mulini milanesi che si affacciavano in quello che una volta era un tratto del Naviglio. A metà via, un vicolo senza nome, dall'accesso protetto con le colonnine di granito bianco. Si intrufola tra le case, di cui una convento di Orsoline, affamato di cielo e di sole, sbucando in via Lanzone, il nobile che morì di fame nel 1042, prigioniero nella torre dei Moriggi, per aver intrigato contro l'arcivescovo Ariberto. La chiesa di Sant'Agostino, accanto alla casa milanese del Petrarca. Un portale barocca ed improvvisa la basilica di Sant'Ambrogio mercoledì, settembre 02, 2009 Manifesto Prospera Siamo manager e professionisti italiani e desideriamo aiutare il nostro Paese ad avere speranza nel futuro e alla sua crescita. La pesante crisi mondiale che stiamo vivendo ci induce a riflettere su come il nostro lavoro di ogni giorno si intreccia col nostro ruolo di cittadini e ci fa ricordare come non possa esistere il benessere individuale disgiunto dal benessere collettivo. Siamo consapevoli che mentre facciamo bene il nostro lavoro, la nostra responsabilità deve contribuire a generare benessere economico-sociale per il Paese, con l'obiettivo di contribuire per un futuro migliore. Per farlo, occorre abbandonare le logiche di settore e di parte e ribadire la priorità all’etica nelle nostre azioni quotidiane, ossia dobbiamo ritornare ad essere dirigenti responsabili a tutto tondo, cercando sempre e costantemente di creare valori etici per i nostri collaboratori, per le nostre aziende, per l'Italia. Riteniamo che il domani passerà da una visione ampia dei doveri e pertanto desideriamo lanciare un ponte verso il futuro, un ponte solidale tra le generazioni sul quale indirizzare i giovani mettendo a loro disposizione le nostre esperienze, le competenze, i risultati. Ci impegniamo a offrire un ambiente dove tutti possano identificarsi, dove abbiano spazio idee, passione, voglia di costruire e dove la parola speranza sia stimolo e non illusione. Organizzazioni dove ciascuno sia partecipe, dove trovino spazio il sorriso, l'ottimismo del fare, la voglia di comunicare proprio quando le proposte sono differenti e dove i rapporti interpersonali siano improntati alla trasparenza, alla correttezza e alla onestà intellettuale. Ci impegniamo a conoscere e ascoltare gli altri perché riteniamo che sia l’unico modo per fare evolvere noi stessi e la società, perché è fondamentale comprendere e valorizzare il contributo professionale di ognuno come arricchimento complessivo e corale nel rispetto delle singole scelte di vita. Ci impegniamo affinché nelle Aziende italiane, nelle Università e in tutti i contesti sociali, il merito inteso come capacità professionale, etica nei comportamenti e disponibilità a coinvolgersi con gli altri, sia l'elemento primario per la valorizzazione professionale, superando le appartenenze di genere, di classe, di condizione economica. Siamo convinti che solo in tal modo si affermi il valore della dignità dell’individuo nella sua dimensione lavorativa e sociale. Ci impegniamo sui due principali temi che riteniamo fondanti per costruire futuro: la Formazione e l’Innovazione Per creare il necessario collegamento ”intimo” tra Università , società civile e mondo del lavoro e per aiutare e accompagnare i giovani nel loro ingresso alla società produttiva. Lanciamo infine la sfida di consegnare alle nuove generazioni ed al nostro futuro un modello produttivo-sociale dove sia possibile costruire una crescita distribuita, equa e globalmente sostenibile, e compatibile con la più alta rapidità e velocità oggi necessarie alla competizione dei sistemi economici. Insieme si costruirà il futuro migliore. By Movimento Prospera giovedì, agosto 27, 2009
Il Giovane Holden mi annoiava e tanto; perciò potete immaginare con quanto entusiasmo segua la vicenda del seguito non autorizzato di Colting, esempio del peggiore postmoderno che sostituisce al creazione la citazione ed il gioco metaletterario Però, benchè lo svedese debba far un monumento al misogino di Cornish, non me la sento di dar ragione a Salinger. Un romanzo è sempre un'opera aperta che vive al di là del suo autore e delle sue intenzioni, creando una mitologia. Negarlo, è castrare il suo divenire. E' come tagliare tutti i rami giovani di un antico albero. |
Chiacchiere svagate di un (ex)consulente perditempo |