*** The Brugnols ***

martedì, settembre 15, 2009

Paul Krugman, nel suo tentativo di fare l'apologetica di Obama, ha sostenuto la tesi che gli USA han evitato una seconda crisi del 1939 grazie all'aumento della spesa pubblica.

Ora se tale tesi è in malafede, è un esempio concreto di cosa porta la prostituzione intellettuale; in buona fede, mostra invece un'abissale ignoranza.

Storicamente non è vero che in America negli anni Trenta le spese pubbliche diminuirono. Nel 1930 crebbero del 6,2%. Nel 1931 del 7,7%. Nel 1932 del 30,2%.

Dati che concretamente risultano essere ampliati dal fatto che quegli anni erano di forte deflazione.

Matematicamente, se l'economia è descrivibile come una rete di relazioni, èssa è un sistema  caotico, nel quale non è possibile evidenziare la sua evoluzione a lungo termine e in cui è impossibile un qualsiasi definizione di un legame  lineare tra causa ed effetto.

Perciò quanto afferma Krugman, se non è falso, è un puro fatto di fede

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america


lunedì, agosto 24, 2009

Come già evidenziato, la politica keynesiana cinese, invece che creare un mercato interno capace di sostituire quello delle esportazioni per contrastare il crollo del PIL, ha invece alimentato la bolla speculativa borsistica.

Pechino ha inizialmente tentato di reagire a questa bloccando i crediti, ma dinanzi al crollo delle azioni si è resa conto che l'unico effetto era di distruggere il denaro pubblico precedentemente erogato e , entrando in panico, ha scelto di non scegliere, sperando nel vecchio che il Tempo possa curare ogni Male.

Ahimè, purtroppo per ribattere con un altro proverbio, il medico pietoso fa la piaga puzzolente.

Gli Stati hanno immesso nei mercati, per contrastare la crisi, infinita liquidità. Vi sono quindi due possibili scenari:

1) Il primo è quello della fiammata inflazionistica, gradita ai governi, riducendo così il valore del loro debito pubblico aggiuntivo, ma perniciosa per l'economia ed omicida nei confronti della Cina che si troverebbe i forzieri pieni di carta straccia, i buoni del tesoro americano

2) Il secondo è quello preferito dalle banche centrali, con la lotta all'inflazione ed una corsa all'innalzamento dei tassi di interesse che avrebbe come effetto prima il crollo di Shangai, poi quello di Wall Street e delle altre borse ed infine impatti sulla fine della crisi economica.

Insomma, la Cina dove capita, capita male. Ed il viaggio di Obama, al di là di ogni retorica, dovrebbe inchiodare Pechino alle sue responsabilità ed imporre l'obbligo di trovare una soluzione ai danni da esso stesso combinati.

In caso contrario, sarà un inutile gita di piacere

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america, asia

Con vari amici, la maggior parte accademicamente ben più titolati di me, ho sostenuto da anni la necessità di una svolta euroasiatica della geopolitica italiana.

I motivi eran i seguenti:

1) La rottura di un sistema di relazioni atlantiche tra America ed Europa, sostituito dall'integrazione dell'economia USA con quella cinese che, a causa dei limiti intrinsechi del modello di sviluppo adottato da Pechino, era soggetta a profonde instabilità;

2) L'incapacità da parte della zona mediterranea, a causa anche delle politiche economiche adottate da Spagna, basate sulla finanziarizzazione, e della Francia, un'industrializzazione ottocentesca mantenuta in vita dal protezionismo e drenando risorse agli altri partner europei, di essere un motore autonomo di sviluppo;

3) Il collasso dell'UE, ridotta ad una versione elegante dell'Unione Monetaria Latina

4) L'integrabilità da parte delle economie italiane e tedesche, ricche di capitali e knowledge, con quella russa, principale loro fornitrice di materie prime

Ora, incredibile a dirsi, con gli altri amici possiamo vantarci di essere stati dei profeti e che, con qualche ritardo, la classe politica ha raggiunto le nostre conclusioni

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america, europa, asia


sabato, agosto 22, 2009

Tutti celebrano la Pivano. Anche io mi accodo al coro dei coccodrilli, con un piccolo distinguo.

Lei non ha fatto conoscere l'America, ma la sua America, proiezione di una certa Italia radical chich con tutte le sue fisime.

Capace giustamente di esaltarsi per i beat che però tranne Keruoac, poco reggono il trascorrere del tempo, di massacrare con tagli inverecondi Faulkner, ignorare Wolfe, Warren, Tate, O' Connor, perchè irriducibili alla sua ideologia politica e culturale.

Insomma, per citar Brullo, la letturatura americana è anche Pivano, ma soprattutto qualcosa di più grande e migliore

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america


venerdì, luglio 17, 2009

Cosa sarebbe successo se invece di Obama avrebbe vinto McCain ?

1) Politica interna: di fatto si sarebbe creata una situazione simmetrica a quella di Clinton, un presidente repubblicano con un congresso in mano ai democratici.

Il che implica due possibili soluzioni: o un approccio a geometria variabile, ossia raccogliere i voti sui singoli progetti, annacquando quelli più innovativi per un scontentare nessuno, oppure un ulteriore decentralizzazione del potere agli Stati.

Data l'età, probabilmente McCain non si ripresenterebbe per un secondo mandato e i leader dei repubblicani e dei democratici sarebbero già impegnati a raccogliere i fondi ed organizzare la campagna elettorale del 2012

3) Economia: per prima cosa, i responsabili diretti della crisi, ossia i collaboratori di Clinton che con le loro leggi demagogiche han creato la bolla immobiliare e la deregulation della borsa, starebbero in carcere invece d'esser ritornati con Obama nella stanza dei bottoni a far danni.

Probabilmente, il rilancio dell'economia americana sarebbe passato più per il taglio delle tasse. L'incremento della spesa pubblica, per contentare i democratici, più che per iniziative demagogiche come la green economy sarebbe passato per maggior investimenti nella difesa e nella ricerca.

Non avendo legami con i lobbysti bancari e del mercato dell'auto, non sarebbero stati buttati soldi nelle loro tasche, nè la Chrysler regalata alla Fiat.

Tutti i vari business case concordano che in uno scenario del genere la ripresa sarebbe stata anticipata di un anno rispetto alle scelte democratiche ed i suoi primi effetti si sarebbero già visti a maggio 2009

4) Politica estera: Se con meno ipocrisia, la politica estera in Afghanistan, in Iraq e con la Corea del Nord sarebbe rimasta invariata,
si sarebbe tenuto alto il livello di scontro con la Russia, con la conseguenza di un suo ennesimo collasso economico, il ridimensionamento delle sue ambizioni imperiali e l'allontamento dal potere della gurppo di Putin.

Effetto collaterale, una diminuzione del ruolo geopolitico dell'Italia e degli spazi di manovra di Berlusconi, indebolito rispetto alla nostra TL. Contemporaneamente, senza le commesse russe, diverse nostre imprese sarebbero in maggiore difficoltà, idem per le grandi banche, con il risultato di una crisi economica gran lunga più grave per l'Italia, accentuata anche da una maggior caduta del PIL tedesco, anch'esso indebolito dalla crisi di Mosca.

Differente poi il comportamento nei confronti di Iran e di Cina. Al contrario di Obama, l'amministrazione McCain avrebbe tenuto un atteggiamento più fermo e coraggioso, rinnovando ad esempio i finanziamenti ai gruppi di opposizione.

Di conseguenza, si avrebbe avuto un crollo del regime di Teheran, con il problema di trovare un'alternativa ai mullah, e un'indebolimento cinese, legato alla questione della gestione delle nazionalità

5) Culturale: Se è difficile pensare ad un'evoluzione dei liberal americani, il vuoto pneumatico nelle loro teste continua, nonostante abbian vinto le elezioni, nella destra americana si sarebbe creata definitivamente la frattura tra i moderati e gli estremisti.

Frattura che alla lunga avrebbe potuto anche ribaltarsi sul Partito Repubblicano

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america


mercoledì, luglio 01, 2009


Mesi fa, diversi analisti analizzavano gli impatti geopolitici del crollo del prezzo del petrolio. Di fatto le loro previsioni si stanno avverando:

1) La Russia, senza i flussi di cassa esteri, ha di fatto congelato la sua politica di potenza, rendendosi disponibile ad un compromesso con UE e USA, cosa che ha come effetto collaterale una maggior "centralità" nello scacchiere dell'Italia. Molte delle guerre mediatiche di questi giorni sono anche connesse alla paura delle "vecchie Potenze" europee della possibilità di un'alterazione degli equilibri al loro danno

2) Il diminuito ruolo del Venezuela in Sud America. Indipendente dai retroscena, il golpe in Honduras è la prima battuta d'arresto dell'espansionismo del fascista Chavez

3) Le difficoltà interne del regime iraniano che senza la ridistribuzione dei proventi petroliferi in alto ed in basso ha visto sia lo sfaldamento della classe dirigente, sia quello del blocco sociale di riferimento

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america, europa, asia


mercoledì, aprile 01, 2009

A poco più di 60 giorni dall'insediamento sul trono democratico della prima nazione al mondo, Barack Obama si trova a dover fare i conti con gli stessi problemi e le stesse difficoltà che avrebbe trovato di fronte a sè qualunque altro. E, come al risveglio da un sogno, il primo presidente nero della storia americana torna umano dopo esser apparso divino.

In realtà non è tanto Obama a essere in crisi, ma l'immagine di Obama che i media -  soprattutto italiani - avevano costruito. Chi segue le vicende degli Stati Uniti con appena un po' meno di superficialità di di quanto fa Walter Veltroni sa perfettamente che l'ex senatore dell'Illinois non è un Kunta Kinte appena affrancatosi dalle catene delle piantagioni del Sud, ma uomo di establishment: alternativo a quello clintoniano nell'ambito democratico, ma sempre establishment. Non si diventa uno dei due senatoro di uno Stato - qualunque sia lo Stato - se non si sono conquistati significativi consensi anche nelle èlite economiche e di potere.

Così Obama, che non ha fatto miracoli nella campagna elettorale, non fa miracoli nemmeno alla Casa Bianca. Egli, piuttosto, cerca di contrastare la crisi economico e finanziaria diffondendo oggi il principale bene pubblico oggi scarseggiante: la fiducia. Nei giorni scorsi, nel corso di una tavola rotonda convocata dalla Casa Bianca con i maggiori dirigenti industriali americani ha detto che "la crisi non è così grave come si pensa" (vi ricorda qualcuno ?). E ha aggiunto di essere "altamente ottimista" per il futuro, come aveva già fatto nel discorso al Congresso  riunito in seduta comune a fine febbraio. Dal 20 gennaio la situazione non è cambiata, ma la Casa Bianca ha capito che per rassicurare i mercati è doveroso infondere fiducia piuttosto che spargere panico.

Anche sul piano della politica estera e militare, Obama è in continuità "americana" con i suoi predecessori più di quanto lo si voglia far apparire. Lo scorso 12 marzo, in un discorso pronunciato al campus della National Defense University - la prima accademia militare USA - ha detto:

"Questa nazione manterrà il suo dominio militare. Avremo le più potenti forze armate della Storia del mondo. E faremo tutto il necessario per sostenere il nostro vantaggio tecnologico, per investire nelle potenzialità necessaria a proteggere i nostri interessi e per sconfiggere e dissuadere qualsiasi nemico convenzionale.

Non solo; a proposito di Guantànamo ha fatto dire al Dipartimento della Giustizia che i terroristi detenuti non saranno più definiti "nemici combattenti", come aveva fatto Bush; ma che l'amministrazione mantiene tutto il diritto di detenere i sospettati di terrorismo, senza dover formulare alcuna accusa e per tutto il tempo che vuole.

Esattamente come l'amministrazione Bush, che almeno aveva tentato una definizione giuridica (lo status di "nemico combattente") per dare un fondamento legale alla politica anti terrorismo. Obama fa quello che vuole, visto che nessuno lo attacca. Nè in patria, nè altrove

Stracquadanio

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america


martedì, marzo 31, 2009

Robert Kuttner è un saggista di successo e un sostenitore dell'attuale Amministrazione Usa; un libro chiama quella di Barack Obaman "the Transformative Presidency"; ossia la presidenza che ha il compito e le potenzialità di trasformare gli Stati Uniti e il resto del mondo. Kuttner afferma, non senza una punta di verità, che l'attuale crisi non va assimilata alla "Grande Depressione"; è qualcosa di più e di differente, da denominare "Il Grande Crollo". Dato che Kuttner è stato per venti anni redattore di Business Week, immaginiamo come la Borsa ha accolto i primi passi della presidenza Obama.

Avrebbe voluto ispirarsi a Roosvelt. Ma nei primi 54 giorni dell'Amministrazione che fece uscire gli Usa dalla depressione degli Anni Trenta, il Dow Jones segnò un aumento del 35%. Nello stesso periodo segna invece un'ulteriore riduzione del 16% rispetto ai livelli tombali che aveva quando è diventato nuovo inquilino della Casa Bianca.

Potrebbe essere considerato fisiologico che non piaccia alla Borsa un presidente la cui campagna elettorale è stata ideologicamente improntata a sinistra (anche se, vinte le presidenziali, s'è scelto i collaboratori principalmente tra personalità considerate di centro). Tuttavia non è soltanto il mercato mobiliare a preoccupare gli americani, ma soprattutto l'aumento della disoccupazione (attorno all'8% in febbraio e probabilmente oltre il 10% prima di fine anno). E, con il tasso di disoccupazione in espansione a macchia d'olio, le notizie sempre più inquietanti sull'andamento dei servizi finanziari (banche, assicurazioni), della metalmeccaniche, dell'elettronica e dell'informatica.

Dà pensiero la mancanza di una chiara politica economica. Sinora le uniche misure adottate riguardano l'espansione della liquidità (che però dalle banche non arriva alle famiglie e alle imprese) e del disavanzo dei conti federali (dal 3-4% del pil degli ultimi anni a oltre il 12% nel bilancio di previsione).

In aggiunta, nelle riunioni internazionali le delegazioni Usa insistono perchè anche l'Europa mandi a briglia sciolta l'offerta di moneta e di deficit pubblico. in un mondo che ristagna, e verosimilmente si sta contraendo, una politica espansionistica sembra sensata (pur se ha il germe di un'ondata inflazionistica). Tuttavia non basta pompare moneta e aumentare il disavanzo tra uscite ed entrate.

L'infusione di liquidità e il deficit dei conti pubblici devono servire ad alimentare investimenti e consumi. Non solo gli intermediari finanziari non allentano i loro crediti, ma il 90% della manovra di 787 miliardi di dollari appena varata - ne sarebbe in preparazione una aggiuntiva di 750 miliardi - è diretto al sociale con finalità indubbiamente nobili di fornire ammortizzatori, ma non di incidere, nel breve periodo, sulla crescita.

In una situazione, poi, di forte squilibrio strutturale dei conti con l'estero degli Usa, una strategia di questa natura rischia di aggravare le sorti dei vicini (specie gli europei) con un ulteriori deprezzamento del dollaro Usa e con una futura ventata d'inflazione proveniente da oltre Atlantico, senza tirare gli americani fuori dal "Grande Crollo"

Pennisi

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venerdì, marzo 13, 2009

Come evidenziato in altri post, la crisi odierna è conseguenza delle scelte folli compiute a suo tempo dall'amministrazione Clinton.

Fu favorita una politica monetaria finalizzata a provocare un eccessiva liquidità che a differenza del passato non provocò una spirale  inflattiva, ma al contrario orientò i risparmiatori americani a:

1) Investire in attività finanziarie, grazie anche alla deregulation delle norme di controllo;

2) Acquisizione di beni a basso costo dalla Cina, la quale investiva i proventi finanziando il debito USA

3) Investire in case, sempre grazie ad una politica demagogica voluta democratici.

Tale scelte eran tra loro contraddittorie; la prima generava nuova liquidità, la seconde la immobilizzavano. Un'equilibrio instabile che alla fine è saltato.

E i colpevoli di quelle scelte demenziali, invece che a Guantanamo, dove meriterebbero andare, son tornati con Obama nella stanza dei bottoni

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mercoledì, febbraio 18, 2009

Lunedì sera, tradizionale riunione del Cenacolo Ambrosiano. Stavolta, l'argomento della discussione Obama. Tra i relatori, Christian Rocca, splendido nella chiarezza espositiva e nella competenza, capace di evidenziare tutte le contraddizione del neo eletto presidente americano e di un professorone di Scienze delle Comunicazioni, tanto scialbo da non farmi ricordare il nome.

Si è riempito la bocca di web 2.0, di facebook, di politica costruita dal basso... Mancava soltanto il viral marketing e tutti i luoghi comuni del caso eran stati elencati.

Di fatto la campagna elettorale di Obama di innovativo non ha assolutamente nuovo. Dall'utilizzo dei ritratti pseudosovietici all'irrazionalismo millenarista, l'utopismo, il culto del corpo e delle reliquie taumaturgiche, il rapporto carismatico con la folla,il verticismo in politica è antico come i Faraoni.

Il primo ad usarli in democrazia è un certo Pericle. Obama mandava sms ai sostenitori, ma Cesare, Alessio Comneno e Napoleone chiamavan per nome i propri soldati.Ed in Italia, utilizzando mezzi differenti, con il Cesarismo Democratico di Berlusconi siamo stati suoi maestri.

Altra banalità assoluta è quella del ritardo italiano nell'utilizzo di Internet in Politica. E' vero, noi la utilizziamo poco per far propaganda, ma non perchè non ne siam capaci.

Semplicemente abbiam scelto una strada differente, quella dei blog, degli aggregatori, delle fabbriche di idee

Strada che, magari con respiro più lungo, non solo permette di vincere le elezioni, ma di governare. Cosa che sino ad ora, a Obama par assai complicato

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Chiacchiere svagate di un (ex)consulente perditempo