*** The Brugnols ***

mercoledì, novembre 11, 2009

Alla Triennale Bovisa, spazio espositivo dal bistrot pessimo, caro e con camerieri di straordinaria maleducazione, è stata inaugurata una mostra di Sandro Chia.

Settanta piccoli dipinti, prigionieri di cornici corrose.

Parlando all'inaugurazione, tra una critica all'Arte Concettuale, definita come tautologica, un tramezzino e la definzione del pittore come CNN dell'inesprimibile, il Maestro se ne è uscito con un

La storia è finita  almeno come sistema ideologico che avrebbe dovuto spiegare il mondo. Invece il mondo non si è lasciato spiegare. E in questa grande ma anche paurosa libertà che ci viene lasciata, ogni lavoro dell'artista è imprevedibile e speciale

Tesi discutibile. Ogni Uomo cerca di interpretare il Divenire che lo circonda, costruendo la sua Storia.

Ciò che è crollato è un paradigma comune, a sua volta figlio delle risposte che il Barocco diede alla crisi del Rinascimento.

Il posto libero non sarà mai lasciato vuoto, ma occupato da qualcosa di nuovo, più o meno differente, proprio perchè l'Uomo è costruttore di significati, oltre che di eventi.

L'Arte, intuizione immediata di ciò che è nascosto oltre l'Apparenza, è uno dei pilastri della costruzione di un nuovo paradigma, abbracciando ciò che sfugge al recinto del Ragionamento

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arte


lunedì, novembre 09, 2009

MANIFESTO TRATTISTA

Nel “Tratto” noi esprimiamo il gesto più semplice, alla portata di tutti, primitivo, perciò antintellettuale.

La rozzezza e l’espressività esasperata indicano su quali punti si arrocca il nostro dialogo col mondo insonnolito dell’arte e con la società. Aborriamo qualsiasi forma di gerarchia ed è perciò difficile pensare a degli adepti seri e coscienziosi, ricercatori coerenti e raffinati.

Tale è il nostro linguaggio: arcaico, così, in modo semplice, crediamo di esaltare i colori. Nelle opere non ha alcun significato la competizione, la loro struttura compositiva si rivela estremamente popolare ed esaltante.

Il “Tratto” è il nostro rifiuto ad affiancarci al mondo della cultura ufficiale. È l’antidoto alla ubriacatura del pubblico comune, che è vittima della sottocultura alimentata dalla mancanza di informazione e dall’ostruzionismo culturale perpetrato dai burocrati dell’arte per accumulare potere, o soprattutto per la loro incapacità di riallacciare le teorie dell’arte al mondo del lavoro e alla vita sociale, facendo degli artisti, che a loro si assoggettano, degli antisociali nella vita, e del pubblico una massa di emarginati nell’arte.

Questa è l’evoluzione dialettica che domina tutta la storiografia dell’arte, che ricorda lo sviluppo degli eventi umani, dove le nuove teorie vengono approvate e legalizzate solo quando, svuotate del loro contenuto innovativo, restano soltanto forma, o entrano nel costume non più come novità, messaggio, spinta, ma come bisogno elementare insopprimibile. Con il “Tratto” semplice, immediato, “privo di cultura”, vogliamo cancellare “l’arte colta e sofisticata, il professionista geniale, il Maestro”, e con lui cancellare quell’aura magica e irreale di cui è circondato. Vogliamo che il Trattismo divenga l’arte di chi non ha mai compreso l’arte, divenga l’arte degli emarginati, dei vagabondi, degli alienati, e di tutti quelli ai quali è stato insegnato che non potevano dipingere perché non sapevano disegnare, perché non erano abbastanza acculturati da poter fare quello che un’élite scaltra professa ormai da un secolo.

Divenga l’arte di tutti questi. Vogliamo che chi ha rapinato il gusto lo restituisca alla gente, e soprattutto a quella porzione d’umanità emarginata, più fantasiosa e feconda, che ha dato in passato uomini della mole di Caravaggio, Vermeer, Van Gogh, Gauguin, Modigliani, Pollock, che i critici loro contemporanei hanno ritenuto opportuno ignorare. Vogliamo che l’arte, lo spettacolo, la satira, la commedia, il costume, coincidano in un unico lacerante grido di rivolta, nel quale la miseria affondi le proprie radici e trovi la propria espressività in un rituale primitivo e inconscio, che sconfina nella magia. Nasce così l’amore per ciò che è primitivo, pagano, nomade. Nasce così la nostra solidarietà per i gruppi umani, per le società primitive, di cui la moderna tecnologia ha sancito la degradazione e l’estinzione. Prima di noi sono stati Trattisti: gli Indiani d’America, i popoli Africani, gli aborigeni Australiani, i popoli della Protostoria Andina.

Marco Fioramanti

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arte, neofuturismo

L'arte è pace e profezia. Dopo la morte c'è rinascita

Mimmo Rotella

Non vi mai incarnazione più esatta di tale aforisma dell'installazione che fece Marco Fioramanti nel 1983.

Quell'anno si trasferì a Berlino, realizzando una delle più famose opere trattiste.

Un Maggiolino, collocato davanti al Muro, entrambi trattati pittoricamente nello stesso modo, quasi un ariete pronto non a distruggere, ma a trasfigurare la materia in danza di colori

Gridando che l'Arte è Pace, perchè sublima e nobilita gli istinti profondi dell'animo umano, esorcizzandoli nella Forma

Che l'Arte è Profezia, perchè più di qualsiasi analisi razionali, identifica le correnti profonde della Storia ed incidendo a fondo nei pensieri e nei sentimenti dell'Uomo, diviene artefice delle Idee e dei loro mutamenti

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arte

C’era una volta un Re che si cresceva due delfini, Pierfrego e Gianfrego. Crebbero allo stesso modo, con la stessa statura, emiliani entrambi, anche la loro specialità era comune: la politica, e nemmeno il governo o l’amministrazione, ma proprio la politica parlante, tutta video e partito. Non avevano mai fatto altro nella vita che quello, la politica. Ma per il Re erano i suoi pupi e le sue pupille politiche, erano come per Cornelia i suoi Gracchi e lo affiancavano come due colonnine altoparlanti che sovrastavano lo stereo.

Trovatelli ambedue, Pierfrego aveva perduto la sua famiglia Diccì nel terremoto del ’92, denominato Mani Pulite; Gianfrego, orfano della famiglia Missì, aveva dato alle fiamme la casa paterna, ormai fatiscente. Furono adottati dal Re e portati alla reggia dove in un primo tempo concorsero ad accrescerla e in un secondo si fecero accidiosi, fino a remare contro. Dopo aver fatto le scuole materne insieme a un privatista irrequieto di nome Umberto, Pier e Gian in età scolare furono mandati a presiedere i parlamenti. Poi Pier decise di far fortuna lasciando la Casa e Gian decise di mettersi in proprio ma senza perdere le comodità della Casa.

Fu la prima volta che si separarono, e bisticciarono pure, ma come siamesi vissero la separazione come un trauma contronatura. Da tempo si mormora che marciano divisi ma colpiscono uniti, che hanno trescato con altri, Paolo il Mieloso, Luca il Montezuma e perfino Ciccio il Rutello, per far le scarpe al sovrano o più cautamente per succedere a lui. Sarà ma il problema è che le aspirazioni di entrambi si intralciano a vicenda. Però temono ambedue il Terzo Incomodo, dal Gran Ciambellano del Re al Gran Tesoriere di corte, ai gran governatori del Reame.

È comprensibile, più che comprensibile, il loro ammutinamento al Re che li ha cresciuti e adottati. I due ragazzi sono stanchi di fare i ragazzi, vogliono le chiavi di casa e magari sfrattare il padrone di casa; sono stanchi di dire grazie a chi li ha portati alla reggia, vogliono fare per conto loro e sentirsi Capi e non solo Capetti, sovrani e non principi azzurri o promessi sposi. E sono molto pressati e blanditi da amichetti volpini e istruttori potenti, che li portano in cielo ad ogni sberleffo che fanno nei confronti del Re e li riempiono di complimenti.

Tra i due, a dir la verità, c’è qualche differenza di metodo. In fondo Pier non è stato carino con il Sovrano ma è stato leale ad andarsene, perlomeno, mettendosi in proprio. E poi è stato leale con la sua famiglia di origine, non si è mai scordato di essere uno di loro, anzi. Gian, invece, spernacchia il Sovrano ma vive largamente a suo carico, e non è stato leale nemmeno con la sua famiglia d’origine; sarà perché viveva in una casa più povera e malandata, ma ha scontentato sia il sovrano che i suoi stessi parenti.

E ancora: Pier in fondo non ha cambiato le sue opinioni (dai, non chiamiamole idee) e la sua mentalità cristiana (su, non parliamo di valori). Gian, invece, ha cambiato radicalmente anche quelle e querela il se stesso di venti, di dieci ma anche di due anni fa. Dico le opinioni e le posizioni, mica le idee e i valori (dai non scherziamo). Ma è la politica, ragazzi, ed è inutile star lì a menarsela. È inutile invocare la gratitudine, che non è una categoria umana, figuriamoci se può essere una categoria della politica; ma se è inutile invocare la riconoscenza, superfluo è pure pretendere il riconoscimento, cioè la considerazione dei fatti e dei meriti.

La politica non è abituata a questo, non si correla con la giustizia e nemmeno con la solidarietà o, per essere più ridicoli, con gli interessi supremi del paese. L’unica cosa che si può chiedere alla politica è un po’ di intelligenza applicata all’efficacia, quel che in versione plebea è la furbizia o l’opportunismo.

Beh, in nome di quella cosa lì, vorrei dire ai due ragazzi: giocate almeno la partita doppia, ovvero fate pure i vostri conti per il dopo, attrezzatevi per il nuovo giro. Ma in questi tre anni e mezzo che ci separano dalle votazioni politiche, lasciatelo governare, il vostro Re o il vostro Ex, se preferite. E sapendo che governa con un largo consenso popolare, cercate di non soffiare sulla fronda, di non trescare con i suoi nemici; cercate di capire, nel vostro interesse, e non nel suo, che per ereditare un domani il suo consenso dovete cercare più i motivi di continuità che di frattura e ora stargli più vicini.

Poi vi farete il vostro centro senza più il bipolarismo, o la vostra destra senza più la destra, insomma farete il vostro gioco. Ma nell’interesse vostro, non giocate questa partita contro di lui perché si ritorcerebbe contro di voi. Dispiace dirvelo, cari Pierfrego e Gianfrego, ma l’interesse vostro coincide con quello dell’Italia.

Veneziani

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politica


domenica, novembre 08, 2009

Testamento

Se mai io scomparissi
presa da morte snella,
costruite per me
il più completo canto della pace !

Chè nel mondo, non seppi
ritrovarmi con lei, serena, un giorno

Io non fui originata
ma balzai prepotente
dalle trame del buio
per allacciarmi ad ogni confusione.

Se mai io scomparissi
non lasciatemi sola;
blanditemi come folle!

Alda Merini

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poesia

Ieri sera, in un vernissage, chiacchierando sulla pittura in Italia dagli anni Sessanta in poi, ho notato con altri artisti, l'alternanza tra momenti "freddi", in cui domina il concettuale, e momenti "caldi", in cui trionfa il primato del colore e della rappresentazione.

Negli anni Settanta, dominava il concettuale, con il trionfo dell'Arte Povera. Negli anni Ottanta, nella Milano da Bere, vi fu un forte rilancio della pittura pura.

Gli anni Novanta, ritornò predominante l'Arte fredda ed intellettuale. In questi giorni, il riflusso.

Prova ne è quanto è accaduto nel premio Cairo. Non voglio entrare nelle polemiche o accodarmi al carro di chi vorrebbe bruciare il concettuale in pubblica piazza.

Semplicemente ritengo che il Concettuale, per aver senso, deve dichiarare idee forti, capaci di marchiare mente ed anima. Senza di queste, ripetendo concetti banali, diviene chiacchiericcio, inosservato ai più.

Non può esistere il Concettuale senza un pensiero forte che lo sostenga. E finchè non rinasce nella Società, questa Arte rischia di ridursi a gioco e decorazione.

L'altro indizio è quanto sta accadendo nelle mostre, proposte dalle gallerie emergenti come  ad esempio New Ars Italica.

Il ritorno alla Pittura, nelle sue declinazioni, anche più innovative, utilizzando il mouse invece che il pennello, non è occasione di riprendere una banale figurazione, ma di oltre questa.

La Tecnica, la rappresentazione, non sono fini, ma strumenti per cui l'artista riflette su di sè e sulla sua posizione del mondo.

Riprende il suo ruolo centrale di Esploratore dell'Essere, piuttosto che quello di megafono di triti slogan

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arte, neofuturismo


mercoledì, novembre 04, 2009

Nata a Primavera

Era passato più di un anno da quanto Giulio aveva cambiato vita. Ed il Tempo, come diceva la saggezza degli antichi, si stava mostrando ottimo medico.

Gli capitava ancora di ripensare ai giorni della consulenza. Non più rancore, ma con quel distacco malinconico simile a quello degli anziani, quando ricordano gli amori della giovinezza.

I volti degli idioti che aveva incontrato o dei burocrati che l'avevan ferito, si stavan scolorendo. Rimanevano vividi soltanto quegli amici. Di chi aveva sputato sangue con lui per innumerevoli notti

Sorrideva persino del mobbing. Gli aveva insegnato a riempire con le piccole cose del quotidiano il vuoto che gli si nascondeva dentro.
Alla non era la cosa che gli aveva fatto più rabbia.

Era il servilismo della sua vecchia società: per un anno lo avevano additato a pubblico disprezzo, chiuso in uno sgabuzzino, ignorato. Era bastata la telefonata di un vecchio amico, improvvisamente divenuto dirigente in uno dei principali clienti, per fargli piegare la schiena. Ed il reietto era divenuto l'eroe del giorno.

Insomma, la consulenza gli aveva lasciato ben poco. L'abitudine di alzarsi in piena notte, passeggiando per strade vuote, alla ricerca di chissà cosa. Una chiacchiera con un ubriaco o con una puttana. O con nottambuli fermi ad aspettare il primo tram.

Guardò la luna piena riflessa sui Navigli. Non vi era neppure il ricordo del trambusto dell'Estate. Si sedette accanto a Ion, il moldavo che ostinato provava a pescare nella poca acqua rimasta. Il suo modo per lottare per la noia. O per scavare in se stesso.

Li raggiungeva spesso una vecchietta. A volte si lamentava dei vicini di casa, del loro trambusto che le impediva di scrivere versi. O degli infiniti lavori edili, con la polvere che oscurava il sole.

Più spesso si godeva la compagnia del silenzio. All'alba andavan tutti e tre a ber qualcosa in quel bar sulla Darsena, aperto tutta la notte.
Un ultima sigaretta assieme e ci si salutava, mentre Milano pigra si godeva il primo traffico

Non la vedeva da Maggio. Ion, nei rari momenti di loquacità, gli aveva detto che era stata ricoverata per problemi di salute, ma non sapeva in quale ospedale fosse.

Peccato, a Giulio sarebbe piaciuto andarla a trovare. Un mazzo di fiore, qualche cioccolatino, un rhum invecchiato, per brindare a chissà cosa.

Ion ripose la canna da pesca

"E morta"

"Peccato"

"Pare fosse una poetessa nota"

Tirò fuori dalla zaino una bottiglia di un liquore impronunciabile. Ne bevve un sorso. Lo passò a Giulio.

Brindarono a lei. Ed alla notte superba.

La bottiglia vuota finì nel Naviglio

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racconti

Presentazione della prossima mostra che sto organizzando, Turing Test

Dalla sua nascita, The New Ars Italica ha sempre avuto l’ambizione di essere qualcosa in più di una semplice galleria d’arte: una factory creativa e di incubatricedi idee, capace di dar voce alle idee forti
ed eretiche della cultura italiana.

Voci differenti, contrastanti, ma accomunate dallo sforzo eroico di andar oltre la crisi del Postmoderno. La politica culturale di The New Ars Italica è porre gli artisti dinanzi a temi culturali forti, dando possibilità di riflettere e portare avanti senza condizionamenti la loro ricerca.

In questo continuum si pone la mostra Turing Test, realizzata in collaborazione con la società Your Voice.

Collaborazione fondata sul fatto che entrambe le aziende, nel loro ambito specifico, sono focalizzate sulla ricerca, sul coraggio e sull’innovazione, cose purtropporare in un’Italia sempre più apatica e ripiegata in se stessa.

Turing  Test è specchio immediato di tale collaborazione, essendo una mostra basata sul concetto che Scienza ed Arte, pur avendo in comune il soggetto e l’oggetto della propria ricerca, sono riflessioni
dell’Essere su se stesso, son di fatto mutuamente irriducibili l’una all’altra come linguaggio e paradigmi.

Questa alterità non genera mutismo, perchè vi è una cosa che le accomuna: l’Io, permette la loro contaminazione negli ambiti della Teknè, gli strumenti che l’Uomo utilizza per dar forma e senso al mondo, sia la Prassi, l’azione.

Proprio questo è l’ambito della Mostra: il confronto tra ricerche estetiche, tra le più disparate, e la tecnica, i prototipi di Robot generati dall’Industria e dalla Ricerca, generando metafore ed assonanze.

Perchè il Robot, l’Intelligenza Artificiali, non sono che immagini che noi costruiamo dell’Altro, specchi delle nostre paure e sogni

Si ringrazia per l'immagine l'artista Dorian Rex

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arte

Qualcuno, che s’immagina di conoscermi, si meraviglierà, forse, di vedermi qui, in mezzo ai futuristi, pronto e disposto a urlare coi lupi e a ridere coi pazzi. Ma io, che mi conosco assai meglio di chiunque altro, non sono affatto sorpreso di trovarmi in così mala compagnia. Da quando sono scappato da quelle case di perdizione che son le scuole ho avuto sempre il vizio di star dalla parte dei matti contro i savi; dalla parte di quelli che mettono in campo a rumore contro chi vuole il pericoloso ordine e la mortale calma; dalla parte di quelli che fanno ai cazzotti contro chi sta alla finestra a vedere. Mi hanno chiamato ciarlatano, mi hanno chiamato teppista, mi hanno chiamato becero. Ed io ho ricevuto con gioia queste ingiurie che diventano lodi magnifiche nella bocca di chi le vomita. Io sono un teppista, è arcivero. Non c’è, nel nostro caro paese, abbastanza teppismo intellettuale. Siamo nelle mani dei borghesi, dei burocratici, degli accademici, dei posapiano.

Non basta aprire le finestre - bisogna sfondar le porte. Le parole non bastano - ci voglion le pedate. Per questa mia nativa ed invincibile inclinazione al becerismo spirituale non ho potuto fare a meno di venir qui a far la parte di buffone schiamazzatore dinanzi a tante serie persone. Ho già scritto tutto il male e tutto il bene che penso del Futurismo e non voglio ripetermi. Ma resta il fatto fondamentale che in questo momento, in Italia, non v’è altro moto d’avanguardia vivo e coraggioso al di fuori di questo: non v’è altra compagnia sopportabile per un’anima fastidita dall’eterno ieri e innamorata del divino domani; - resta il fatto gravissimo, signori, che tra questi futuristi vi sono uomini d’ingegno che valgono assai più dei graziosi scimpanzè che ridon loro sul viso. Queste ragioni mi bastano a sfidare l’obbrobrio che può cadere sul mio capo scarmigliato dopo questo gesto di simpatia e, se volete, di solidarietà

Papini

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riflessioni


martedì, novembre 03, 2009

Ovviamente la polemica sulle opere di Prizzon esposte nella Danza di De Broglie si prolungò a lungo. Tra i tanti interventi, molti discutibili, do visibilità ad uno, più per il fatto chje contiene riflessioni sull'essere avanguardia

Non si parla di estetica, tema molto soggettivo, ma di "mercato" e "comunicazione".

E' brutto dirlo, ma in soldoni una galleria d'arte è un negozio, dove si deve procurare reddito al gallerista, agli artisti e al curatore, a meno che non faccia volontariato come Ale.

Per procurare reddito, deve vendere e per vendere, l'opera d'arte deve colpire, provocare, coinvolgere, come han fatto tanti artisti nella mostra Danza di De Broglie, dalla Liuzzi alla Montanari, da Papeschi a alla Sassanelli.

Le opere di Prizzon, con le donne ridotte a pagine del catalogo Ikea, non fan nulla di questo. Lasciano indifferenti, d'altra parte o sei un gran pittore di nature morte, o è difficile che qualcosa che sembra una brutta poltrona possa sconvolgere o ispirare.

L'altro problema è di comunicazione. Prizzon dice di voler veicolare, se ho capito bene nelle sue immagini un particolare discorso sulla femminilità

Ora gli ricordo un discorso, ormai vecchio, fatto da un certo McLuhan con l'espressione "il mezzo è il messaggio".

Ogni medium va studiato in base ai criteri strutturali in base ai quali organizza la comunicazione; è proprio la sua particolare struttura comunicativa di ogni medium che lo rende non neutrale, perché essa suscita negli utenti-spettatori determinati comportamenti e modi di pensare e porta alla formazione di una certa forma mentis.

Ora un nudo che pare una poltrona o è associato ad un messaggio provocatorio forte e straniante alla Duchamp che proprio per la rottura tra significato e significante colpisce e fa pensare, altrimenti è incapace di veicolare qualsiasi messaggio sulla femminilità, creando un'opera afona e quindi totalmente inutile ai fini che Prizzon si pone

Personalmente, ho invece trovato le opere di Prizzon manifestazione più alta del dibattito che voleva aprire la Mostra,  sul confronto tra Reale, il corpo di una donna, e Virtuale, le infinite interpretazioni che ne diamo, cercando di dare un senso concreto a che soltanto un gioco estetico

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Chiacchiere svagate di un (ex)consulente perditempo